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lunedì 12 gennaio 2009

Tortrix viridana

Questo Lepidottero Tortricide è presente in tutta Italia e si sviluppa a spese delle Querce, dando luogo ad infestazioni che possono ripetersi anche per quattro anni consecutivi. Il sintomo dell'attacco di questa specie consiste nella presenza di foglie arrotolate verso il basso in senso trasversale-longitudinale.
Descrizione: L’adulto, dall'apertura alare compresa tra 17 e 24 mm, presenta ali anteriori di colore verde chiaro e ali posteriori grigie. Gli adulti sfarfallano in maggio-giugno, deponendo le uova a coppie sui rametti posti nelle parti alte della chioma. L'uovo passa l'inverno e le larve, di colore verde, schiudono a primavera (Aprile) per poi nutrirsi delle gemme e delle foglie, creandosi un ricovero arrotolando le foglie e unendone i lembi con fili sericei. Il bozzolo viene costruito all'interno del ricovero, tra i residui dell'ultima foglia attaccata.
Piante ospiti: Querce, in particolare la Roverella (Quercus pubescens)
Danni: Questo defogliatore comporta la distruzione dei germogli. L’insetto è noto per causare estesi attacchi nei boschi di querce, che possono durare per qualche anno e sono intervallati da lunghi periodi in cui la densità rimane a livelli estremamente bassi. I fattori coinvolti nell’indurre la moltiplicazione in massa delle farfalle sono vari e di difficile previsione. I vistosi danni causati agli alberi di solito non comportano gravi conseguenze per la sopravvivenza del bosco, in quanto le piante sono in grado di riemettere nuovi germogli.

venerdì 9 gennaio 2009

Malacosoma neustria

Questa farfalla di 30-40 mm di apertura alare è diffusa in Europa ed in Asia. In Italia è presente in tutte le regioni. Attacca numerose latifogle forestali e diverse piante da frutto e nel caso di forti infestazioni più frequenti in sud Italia e in Sardegna e si segnalano defogliazioni anche totali. Gli adulti sfarfallano da giugno ad agosto, mentre le femmine depongono le uova attacandole a spirale intorno ai rametti formando un anello. Le larve hanno il capo azzurro ed il corpo peloso ma non urticante, percorso da linee parallele blu, rosso mattone, bianco, nero e giallo. Esse formano nidi sericei, entro cui si rifugiano nelle ore notturne; dopo la terza muta si separano e si diffondono sulle fronde dove continuano l'azione trofica ai danni dell'apparato fogliare. Le larve si incrisalidano tra le screpolature dei rami e del tronco e fra le foglie danneggiate.

venerdì 19 dicembre 2008

Lotta contro Lymantria dispar

Il problema fitosanitario principale dei boschi di quercia da sughero in Sardegna è costituito dai Lepidotteri defogliatori Lymantria dispar, Malacosoma neustria e Tortrix viridana. Gli attacchi di questi insetti provocano fondamentalmente una riduzione della biomassa fotosintetica che si traduce in un'alterazione delle condizioni fisiologiche della pianta che ha ripercussioni anche sulla produzione di ghiande e sughero. L'entità del danno provocato dipende dalla densità larvale, che in certi anni può arrivare a livelli tali da provocare la completa defogliazione di interi comprensori forestali. Questi insetti sono soggetti negli anni a fluttuazioni di densità. Nel caso di L. dispar e di M. neustria, in alcune aree della Sardegna, le fluttuazioni sono cicliche e alquanto regolari presentando i massimi di defogliazione ogni 9 anni circa. La T. viridana, al contrario, manifesta una fluttuazione di tipo irregolare con defogliazioni che possono verificarsi ad intervalli superiori ai 10 anni. Per l'adozione delle strategie di controllo sono attualmente disponibili diversi metodi di campionamento, basati sul conteggio delle ovature, sulla cattura degli adulti mediante trappole luminose e a feromoni, sul campionamento delle larve e sulla valutazione visiva delle superfici defogliate. La lotta può essere affrontata sia mediante l'impiego di insetticidi (solo in particolari situazioni e dopo un'attenta scelta del principio attivo), sia attraverso mezzi biotecnici, quali per esempio, i feromoni ma, soprattutto, con la lotta microbiologica basata sull'utilizzo del Bacillus thuringiensis subsp. kurstaki.

venerdì 12 dicembre 2008

Quercus suber - Decorticazione

L'asportazione del sughero è un'operazione periodica che si esegue a cicli decennali su piante che hanno almeno 15-20 anni d'età. Il sughero maschio non ha valore a causa dell'eccessiva irregolarità e porosità, perciò è utilizzato per trasformazioni di secondaria importanza. Dopo il primo taglio, la pianta produrrà sughero femmina, destinato principalmente alla produzione di tappi di bottiglia. Il sughero femmina si asporta ogni 9-15 anni, quando il sughero raggiunge uno spessore di circa 5 cm. In ogni modo l'asportazione del sughero si ripercuote in qualche misura sulla longevità, perciò una sughera sottoposta sistematicamente alla decorticazione non supera in genere i 100-150 anni di durata.
Il taglio del sughero si pratica manualmente con i metodi tradizionali, usando apposite accette. L'operazione si esegue da maggio a luglio e richiede perizia ed esperienza in quanto il taglio deve arrivare al fellogeno senza interessare gli strati più interni della corteccia (felloderma e libro). Tagli male eseguiti infatti compromettono la vitalità della sughera.

Quercus suber

La sughera (Quercus suber L.) è una specie sempreverde del genere Quercus. Originaria dell'Europa sud-occidentale e dell'Africa nord-occidentale è da tempi remoti naturalizzata e spontanea in tutto il bacino occidentale del mar Mediterraneo.
La sughera ha un portamento arboreo, con altezza che può raggiungere i 20 metri e chioma lassa ed espansa. La vita media è di 250-300 anni, diminuisce negli esemplari sfruttati per il sughero. La caratteristica più evidente di questa specie è il notevole sviluppo in spessore del ritidoma, che non si distacca mai dalla corteccia, formando un rivestimento suberoso detto in termine commerciale sughero. lI sughero si presenta di colore grigio-rossastro nei rami di alcuni anni d'età, dapprima con screpolature grigio-chiare, poi sempre più larghe e irregolari a causa della trazione tangenziale provocata dall'accrescimento in diametro del fusto. Dopo diversi anni il sughero forma una copertura irregolare e spugnosa di colore grigio, detta comunemente sugherone o sughero maschio. Dopo la rimozione del sughero maschio, il fellogeno produce ogni anno nuovi strati di tessuto suberoso che formano un rivestimento più compatto e più regolare, detto sughero femmina o gentile, con una fitta screpolatura prevalentemente longitudinale e meno profonda. L'anno in cui viene rimosso il sughero, il fusto ha un marcato colore rosso-mattone che nel tempo vira al rosso-bruno fino al bruno scuro quando il sughero femmina ha già raggiunto uno spessore significativo. Le foglie sono verdi e coriacee, tomentose sulla pagina inferiore, generalmente piccole negli ambienti secchi, più grandi in quelli più freschi. Sono brevemente picciolate e hanno una lamina di forma variabile da ovata a oblunga. Il margine è generalmente dentato e spinoso, ma può presentarsi anche intero nella pianta adulta, più o meno revoluto.
La fioritura è in maggio-giugno. Il frutto è una ghianda ovale di colore verde quando è immatura, bruna a maturità, lunga fino a 3 cm con apice molto breve. La cupola è più conica rispetto a quella del leccio, ricopre la ghianda per una lunghezza variabile da un terzo a metà, con squame grigio-verdastre, patenti, a volte retroflesse.La sughera è una specie termofila che predilige gli ambienti caldi e moderatamente siccitosi. Rifugge gli ambienti di siccità estrema o soggetti a frequenti gelate invernali. Vegeta prevalentemente su suoli derivati da rocce a matrice acida (graniti e granitoidi, trachiti, scisti granitici, filladi), diventando sporadica nei suoli basaltici e in quelli calcarei. In Italia vegeta nella sottozona calda del Lauretum spingendosi fino ai 900 metri d'altitudine. È particolarmente diffusa in Sardegna, Sicilia, lungo la fascia costiera meridionale della Toscana e nelle limitrofe aree pianeggianti e collinari della Maremma grossetana; risulta più sporadica nel Lazio e in Puglia.

mercoledì 19 novembre 2008

Lymantria dispar

Lymantria dispar L. (Lepidoptera Lymantriidae)
Polifaga, è presente su piante dei generi Acer, Fagus, Alnus, Ulmus, Tilia, Platanus, Quercus e Prunus.
Sintomi - Presenza di ovature sul tronco e branche della pianta.

Descrizione
Adulti: i maschi di colore marrone giallastro e con fasce nere trasversali sulle ali anteriori ed addome sottile hanno apertura alare di 35-40 mm. Femmine più corpulente, di aspetto bianco sporco hanno le ali anteriori con alcune striature a zig zag che le percorrono in senso antero posteriore e una linea a V in posizione medio distale, che non manca mai a differenza delle altre macchiettature. L’apertura alare è di 40-70 mm.
Larve: a maturità hanno aspetto del tutto caratteristico dovuto alla particolare colorazione dei tubercoli dorsali che fanno parte dei sei presenti su ciascun segmento. Infatti al blu delle prime cinque paia si contrappone il rosso degli altri. Tutto ciò spicca su un corpo dall'aspetto bruno grigio giallastro, abbondantemente ricoperto di peli urticanti che si differenziano a ciuffo a livello dei tubercoli anzidetti. Le larve a maturità raggiungono una lunghezza di 60-70 mm.
Biologia: La specie svolge una sola generazione all'anno e sverna come larva entro l'uovo. In primavera (aprile-maggio) le larvette abbandonano il corion con una spiccata tendenza a diffondersi nell'ambiente. Attività per la quale hanno una struttura che, munita di peli aerofili, è capace di utilizzare il vento così da raggiungere in modo passivo piante distanti alcuni chilometri dal punto di sgusciamento. Le larve mangiano di giorno durante i primi stadi e di notte nei successivi; la maturità è raggiunta in giugno-luglio e l’incrisalidano avviene quasi sempre sulle piante dove sono cresciute. Gli adulti compaiono in massa tra fine giugno e tutto luglio, ma possono continuare a sfarfallare anche durante il mese di agosto e l'inizio di settembre. A ciò segue la deposizione delle uova in ovature protetta dai peli addominali della femmina che isolano ciascun uovo dagli altri. La struttura numerica dell’ovatura e sua dislocazione sulla piante danno una indicazione accettabile dello stato di gradazione in cui si trova la popolazione dell’insetto. Infatti ovature con 600-800 unità poste fino ad un'altezza di 2 m sul tronco stanno ad indicare che l'insetto è in una fase di latenza o di progradazione; mentre la riduzione del numero di uova a 300–500 e una loro dislocazione fino a sei metri di altezza e sui primi rami sta ad indicare lo stato di culmine e di retrogradazione della gradazione.
Periodo di dannosità: Maggio-Giugno.


Tratto da: http://www.entom.unibo.it/insetti%20alberi/Acero/L_dispar.htm

lunedì 17 novembre 2008

Protozoi

I protozoi intrattengono frequenti relazioni interspecifiche con gli insetti, tanto da poter identificare due diversi tipi di azioni parassitarie:
  • azione diretta contro il fitofago che si conclude con la morte dello stesso;
  • azione indiretta contro il fitofago che viene indebolito nelle sue difese aumentandone la predisposizone ad altri attacchi, oppure riducendo la sua capacità riproduttiva.
In genere l'effetto patogenico dei protozoi sugli insetti è più cronico che acuto, con esiti finali non sempre infaustiper l'ospite, la cui mortalità e generalmente molto bassa.
I protozoi agiscono per ingestione e colpiscopno prevalentemente il tessuto adiposo e l'intestino dell'ospite. Le principali classi di protozoi che provocano patologie negli insetti sono: Sarcodina, Mastigophora e Sporozoa. Lo studio applicativo di questi organismi è molto limitato, in considerazione della difficoltà che presenta il loro allevamento al di fuori della materia vivente e la loro basa virulenza.
Sono state tuttavia sperimentate azioni contro Hyphantria cunea, Euproctis chrysorrhoea e Malacosoma neustrium utilizando il protozoo Thelohania hyphantriae Weiser; inoltre in Germania si stanno facendo esperienze utilizzando Nosema pyraustaePalliot che attacca la Piralide del mais.
In America è registrato un formulato a base di Nosema locustae per il controllo di cavallette. Fra gli altri protozoi entomopatogeni di un certo interesse ricordiamo: Vairimorpha necatrix, per il controllo di alcuni Lepidotteri fra cui la Piralide e l'Heliothis, ed infine l'Ascogregarina culicis e Nosema algerae, parassiti di zanzare.

mercoledì 12 novembre 2008

La lotta integrata


La lotta integrata è una pratica di difesa delle colture che prevede una drastica riduzione dell'uso di fitofarmaci mettendo in atto diversi accorgimenti. Tra i principali, si ricordano:
  • l'uso di fitofarmaci poco o per niente tossici per l'uomo e per gli insetti utili;
  • la lotta agli insetti dannosi tramite la confusione sessuale (uso di diffusori di feromoni);
  • fitofarmaci selettivi (che eleminano solo alcuni insetti);
  • fitofarmaci che possono essere facilmente denaturati dall'azione biochimica del terreno e dall'aria;
  • la lotta agli insetti dannosi tramite le tecniche di autocidio, come la tecnica dell'insetto sterile (SIT);
  • la previsione del verificarsi delle condizioni utili allo sviluppo dei parassiti, in modo da irrorare con fitofarmaci specifici solo in caso di effettivo pericolo di infezione e non ad intervalli fissi a scopo preventivo.
  • la lotta agli insetti dannosi tramite l’inserimento di altri che siano loro predatori naturali e che non siano dannosi alle coltivazioni (lotta biologica);
  • l’uso di varietà colturali maggiormente resistenti;
  • l’uso della rotazione colturale;
  • particolare attenzione ed eliminazione di piante infette.

I limiti della lotta integrata sono costituiti dai maggiori costi di produzione, dalla necessità di una assistenza tecnica qualificata, e la obbiettiva difficoltà nel certificare il prodotto.La prima regione a creare un marchio di garanzia e tutela per i prodotti agroalimentari realizzati con tecniche di agricoltura integrata è la Toscana con il marchio “Agriqualità” (creato con legge regionale N.25 del 1999).

lunedì 10 novembre 2008

Composizione dell'acino

L'uva è il frutto della vite e si sviluppa in grappoli a seguito della fecondazione dei fiori. L'acino dell'uva è attaccato al rachide - detto anche raspo - e questa parte, a causa delle sostanze che lo compongono e che influirebbero negativamente sul gusto del vino, viene eliminata prima della pigiatura dell'uva tramite un processo detto diraspatura. L'acino dell'uva si presenta con una forma generalmente sferica o allungata ed è ricoperto dalla buccia il cui spessore varia in accordo ad ogni singola varietà e può costituire addirittura il 10% del suo peso. La buccia è ricca di pectine, cellulosa, sostanze aromatiche e componenti polifenolici - generalmente definiti come tannini - responsabili del colore dei vini rossi, e in buona parte, della struttura e dell'astringenza. Sia le sostanze aromatiche sia i polifenoli contenuti nella buccia possono essere estratti attraverso la macerazione nel mosto - il succo dell'uva prodotto dalla pigiatura - e la quantità di estrazione è proporzionale al tempo di macerazione. Questi polifenoli sono solubili nell'alcol - che si produce durante la fermentazione del mosto - e in minore misura, anche nell'acqua. Per questa ragione le bucce delle uve rosse vengono fatte macerare nel mosto proprio per dare colore ai vini rossi e per estrarre aromi e tannini. Il succo dell'uva, sia di quelle bianche sia di quelle rosse, ha un colore giallo verde, pertanto se si evita completamente la macerazione delle bucce nel mosto, è possibile ottenere vini bianchi da uve rosse, come nel caso di molti spumanti metodo classico prodotti con Pinot Nero. Allo stesso modo, una breve macerazione sulle bucce - in genere di poche ore - consente di ottenere vini rosati utilizzando uve rosse. Si deve comunque ricordare che la quantità di sostanze coloranti contenuta nella buccia delle uve rosse è diversa a seconda delle singole varietà e pertanto ogni uva rossa avrà proprie capacità e qualità coloranti. La buccia dell'uva è ricoperta da una sostanza cerosa - la pruina, meglio visibile nelle uve a bacca rossa per il suo colore biancastro - sulla quale possono anche trovarsi dei lieviti, naturalmente presenti nell'aria, che al contatto con il succo attiveranno la fermentazione alcolica. La polpa dell'acino dell'uva è ricca di acqua, zuccheri - presenti in misura variabile fra il 15% e il 25% della materia totale - acidi, pectine, sali minerali, vitamine e sostanze azotate. La concentrazione di questi elementi è variabile a seconda della zona dell'acino.



Sezione del chicco d'uva

Sezione del chicco d'uva

Se si osserva un acino d'uva in sezione, si possono individuare tre zone distinte in cui la polpa assume consistenze e concentrazioni di sostanze diverse e la cui quantità varia anche in accordo al grado di maturazione (Figura ). L'area che si trova subito dopo la buccia - la parte più esterna - è ricca di tannini e sostanze aromatiche, contiene circa il 30% dello zucchero e circa il 20% di acidi. Nella parte intermedia si registra la maggiore concentrazione di zucchero - quasi il 40% - e circa il 30% di acidi. La parte più interna, in cui si trovano anche i vinaccioli, si registra la maggiore concentrazione di acidi - circa il 50% - e circa il 30% di zuccheri. I vinaccioli sono ricchissimi di polifenoli - di natura piuttosto astringente - che saranno estratti durante la pigiatura degli acini e si aggiungeranno quindi al mosto. Nei vinaccioli si trovano inoltre anche sostanze grasse dalle quali si può ricavare olio.Per effetto della pigiatura degli acini si ottiene il mosto composto dalle varie sostanze liquide e solide presenti nelle varie zone della polpa e nella buccia. L'acqua rappresenta l'elemento principale e compone il mosto per circa il 70-80%, zuccheri per il 15-30%, acidi per lo 0,5-1,5% e altre sostanze quali minerali, vitamine, polifenoli, componenti aromatici, pectine, sostanze azotate, enzimi e microrganismi (lieviti, batteri e muffe). Gli zuccheri principali del mosto sono il fruttosio e il glucosio. Ogni grammo di zucchero contenuto nel mosto produce - per effetto delle fermentazione - circa 0,67 grammi di alcol e pertanto misurando la quantità di zuccheri nel mosto è possibile prevedere il grado alcolico del vino al termine della fermentazione. Per esempio, se un litro di mosto contiene 20 grammi di zucchero, il grado alcolico del vino sarà di circa 13,4° (20 × 0,67 = 13,4). Gli acidi più importanti presenti nel mosto sono l'acido tartarico, l'acido malico e l'acido citrico. L'acido tartarico - tipico dell'uva - è certamente il più importante ed è presente in maggiore percentuale rispetto agli altri. I polifenoli - generalmente detti tannini e presenti in quantità variabili in accordo a diversi fattori compresi quelli climatici, ambientali, varietà d'uva e pratiche enologiche - sono responsabili del gusto del vino e del colore e dell'astringenza nei vini rossi. Fra i componenti polifenolici più importanti si ricordano gli antociani, responsabili del colore dei vini rossi, e i flavoni, che svolgono un ruolo principale nel colore dei vini bianchi.

lunedì 29 settembre 2008

La sostanza organica

Il ruolo positivo della sostanza organica apportata con gli affluenti si esplica in più azioni: fisiche, chimiche e biologiche; più specificamente:

  • La sostanza organica tal quale ed i composti umici , da essa derivati contribuiscono a migliorare la struttura del terreno, facilitando l'aggregazione delle particelle terrose in grumi; all'interno dei grumi e tra grumi stessi si formano numerossisimi pori cioè fanno circolare l'aria e l'aqcua nel suolo, condinzione indispensabile per l'attività dei microrganismiaerobi, oltre che per la nutrizione delle piante; la sostanza organica migliora anche la capacità e la rintezione idrica del terreno, aumentandone la resistenza al dilavamento e quindi alla lisciviazione delle sostanze nutritive. Essa agisce sul pH, determina un aumento del potere adsorbente e della capacità di scambio tra terreno e soluzione circolante, per cui viene favorita la nutrizione delle piante;
  • Migliora la fertilità del terreno sia per l'apporto diretto di nutrienti, sia perchè favorisce la solubilità di certi composti, come i fosfati garantendone cosi la disponibilità per la nutrizione delle piante;
  • Favorisce ed incrementa l'attività degli organismi della catena del detrito indispensabili alla chiusura dei cicli biochimici della materia, costituendo la loro fonte di nutrimento. L'apporto di sostanza organica garantisce quindi il permanere nel suolo di questi organismi e di conseguenza mantiene, nel tempo la fertilità del suolo.

mercoledì 24 settembre 2008

Determinazione dei volumi degli affluenti zootecnici

La determinazione dei volumi degli affluenti zootecnici è uno degli elementi fondamentali per la gestione corretta degli affluenti stessi e costituisce la base della progettazione degli impianti di trattamento e di stoccaggio. La gestione degli affluenti, in virtù della utilizzazione agronomica è correlata al piano delle concimazioni ed agli spandimenti sui terreni agrari. I liquami prodotti in aziende zootecniche con superfici di spandimento insufficenti o senza terra dovranno subire dei trattamenti di depurazione che li trasformino in fanghi. In ogni caso nella progettazione degli impianti di stoccaggio o nella progettazione di impianti di altri trattamenti o di depurazione è fondamentale calcolare con la migliore approssimazione possibile,i flussi degli affluenti, per dimensionare agli impianti in funzione della capacità di lavoro, di stoccaggio di utilizzazione agronomica o di depurazione. La quantità degli affluenti zootecnici è molto variabile e dipende non solo dalla specie, ma anche dalle categorie di animali, dall'alimentazione e dal tipo di allevamento adottato. La determinazione del volume degli affluenti zootecnici può esssere fondamentale di due tipi:
  1. diretta quando la misurazione viene effetuata direttamente sul prodotto
  2. indiretta quando la determinazione del volume si riferisce a produzioni medie ricavate da un grande numero di misure dirette in situazioni simili a quella da valutare.

lunedì 22 settembre 2008

Le quattro leggi dell' ecologia

1) Ogni cosa è connessa con qualsiasi altra:Questa legge indica la interconnessione tra tutte le specie viventi, in natura non esistono rifiuti:es. ciò che l'uomo produce come rifiuto ossia l'anidride carbonica è utilizzata dalle piante come risorsa. L'uomo col suo inquinamento altera ogni giorno il ciclo naturale degli eventi.
2) Ogni cosa deve finire da qualche parte. Quando buttiamo una cosa pensiamo che essa si volatizzi invece no, finisce inevitabilmente da qualche parte e spesso non produce effetti positivi.
3) La natura è l'unica a sapere il fatto suo. Questo indica esplicitamente l'uomo a non essere così pieno di se e a usare la natura come se potesse renderla a suo indiscriminato servizio. Se la natura ssi ribella l'uomo crolla.
4) Non si distribuiscono pasti gratuiti. Indica sicuramente il fatto che le risorse sono limitate, quindi dobbiamo contenere sempre più gli sprechi.

Concimi complessi


I concimi complessi contengono due o tre elementi nutritivi; vengono perciò chiamati, rispettivamente, concimi binari o ternari. Il titolo dei concimi complessi, per convenzione viene espresso indicando prima la % di N, poi di P ed infine di K; ad esempio il ternario 11-22-16 contiene: l' 11% di N,e il 22% di P205 ed il 16% di k2o.I concimi complessi presentano, rispetto alcuni concimi semplici, i seguenti vantaggi:


  1. minori costi di trasporto, di imballaggio, di immagazzinamento e di distriuzione;

  2. sono formulati appositamente e spesso anno rapporti di "formula" adeguati a specifiche coltivazioni, rendendo più facile la coltivazione;

  3. il fosforo ed il potassio in essi contenuti presentano maggiore solubilità, in relazione al legame con l' azoto, ch ene favorisce la solubilità. Inoltre si manifesta, spesso, anche un azione sinergica;ad esempio i sali di ammonio, combinati con concimi fosfatici, favoriscono l' assimilazione del fosforo;

  4. la forma,sempre granulare favorisce lo spandimento.

Concimi Innovativi


Negli ultimi anni sono stati prodotti nuovi concimi che si caratterizzano per essere più attivi, più facili da utilizzate e che risolvono problemi particolari di concimazione; tutti questi concimi si riconducono a cinque categorie:


  1. concimi fluidi: sono concimi che si presentano in forma fluida; si caratterizano per la maggior prontezza di effetto e per la facilità di utilizzazione con la tecnica della fertirrigazione;

  2. concimi fogliari: sono concimi che vengono distribuiti direttamente sull' apparato aereo delle piante e sono assorbiti dalle foglie; la loro utilizzazione consente di risolvere, con immediatezza e facilità, situazioni di carenze improvvise di elementi nutritivi, specialmente di microelementi;

  3. concimi a cessione graduale o controllata: sono concimi la cui formulazione consente di "cedere" con gradualità il principio concimante.Hanno pregio di diminuire le perdite per il dilavamento dell' azoto e, mantenendosi nel tempo,consentono di evitare ripetitive e frazionate distribuzioni di azoto, riducendo i costi di concimazione;

  4. fertilizzanti in grado di mobilizzare le riserve sfosfatiche del terreno: sono ancora in una fase sperimentale;


  5. concimi organo-minerali: sono concimi ottenuti per reazione chimica tra sostanza organica e sostanze minerali, creando complessi organo-minerali, che limitano la funzione del complesso naturale argillo-umico

venerdì 19 settembre 2008

Perdite di potassio negli agrosistemi

Il potassio come nel resto anche tutti gli altri elementi nutritivi disciolti nella soluzione circolante del terreno può essere sogetto a lisciviazione nei terreni più sciolti e permeabili in seguito alla percolazione delle acque di pioggia. Anche le irrigazioni troppo abbondanti possono comportare la lisciviazione degli ioni K in soluzione; pertanto è sempre buona regola adottare volumi d'acqua che non comportano sprechi : l'acqua in ecesso, infatti, percola sotto lo strato esplorato dalle radici e quindi viene inutilmente persa; con essa vengono allontanati anche gli elementi nutritivi in soluzione.

martedì 20 maggio 2008

I Macroelementi (N,P,K)

Azoto (N).
L'azoto, contenuto negli affluenti zootecnici sia come l'azoto minerale sia come l'azoto organico è presente in percentuale diverse a seconda del tipo di effluente. Si distinguono le seguenti forme di azoto:
  • azoto minerale: comprende l'azoto in forma solubile prontamente disponibile per la nutrizione delle piante;
  • azoto organico: comprende l'azoto che entra nella composizione delle più o meno complesse molecole organiche, queste vengono degradate dai microrganismi decompositori in tempi diversi a seconda della loro composizione

Fosforo (P).

Il fosforo contenuto negli effuenti è per la maggior parte in forma inorganica; questa costituisce circa l' 80% del fosforo totale. La restante parte è in forma organica. Il fosforo, sia in forma inorganica che organica è contenuto prevalentemente nella frazione solida degli affluenti e solo in minima misura è in soluzione. La disponibilità di fosforo degli affluenti per le culture è elevata sopratutto nelle deiezioni avicole e, tra i liquami, in quelli suini; l'efficacia come fetilizzante è pari a quella dei concimi chimici. I fosfati sono normalmente ben trattenuti dal suolo , in certi terreni per esempio nei suoli sabbiosi poveri di sostanza organica la capacità di fissazione è però scarsa per cui i fosfati possono essere sogetti a lisciviazione.

Potassio (k)

Il potassio è contenuto negli affluenti è prevalentemente in forma disciolta. La disponibilità di potassio fornito dagli affluenti è quasi uguale a quella dei concimi minerali. In generale il potassio non comporta problemi di impatto sull'ambiente anche se occorre prestare una certa attenzione alla concimazione con liquame bovino, particolarmente ricco di potassio per evitare fenomeni di carenza nelle piante.

martedì 13 maggio 2008

La cultura pura

La cultura pura consiste nella coltivazione di una sola specie o varietà rappresentata dal modello dell'agricoltura meccanizzata intensiva dei paesi industrializzati.Il campo è destinato alla sola specie coltivata i cui individui sono, tra loro, in stretto rapporto di competizione nutrizionale intraspecifica, se si prescinde dalle infestanti e dai fitofagi fitopatogeni.In questa situazione il fattore critico che determina la produzione è la densità di coltivazione, cioè il numero di individui della specie coltivata in rapporto all'unità di superfice in condizioni di bassa densità si avrà una minore competività e viceversa.Il massimo della resa lo si ottiene quandola densità di coltivazione è ottimale cioè quando si ha la migliore combinazione tra il numero delle piante presenti e le risorse nutrizionali riferite all'unità di superfice.La bassa densità consente un maggior accumulo di sostanza secca negli organi ripproduttivi, favorendo ad esempio la produzione delle granelle dei cereali, in situazione di alta densità si ha una distribuzione della sostanza secca, all'interno della pianta che non favorisce la riproduzione.Applicando d esempio queste osservazioni alla coltivazione del mais vediamo che un ibrido di mais viene seminato con una densità di 7 piante m, se è destinato aprodurre granella, se invece e destinato a produrre trtinciato di mais da insiliare, viene portato da una densità quasi doppia. Da queste osservazioni si può ritenere che vi è una densità ottimale per ogni destinazione produttiva che non può essere superata, pena l'insorgenza di fenomeni di competizione che deprimono le rese.

lunedì 12 maggio 2008

Il potassio nel terreno


Le riserve di potassio nel terreno sono costituite dai silicati (feldspati, miche, minerali argillosi).
Ulteriori apporti provvengono dalla composizione della sostanza organica, oltre che dai concimi. Il potassio dei silicati costituisce il 90-98% del potassio totale ed è poco disponibile per la nutrezione delle piante in quanto passa molto lentamente in soluzione. Le forme disponibili per la nutrizione delle piante cioè prontamente assimilabili, che costituiscono solo l'1-2% del potassio totale, sono:
1) il potassio solubile presente nella soluzione circolante del terreno
2) il potassio scambiabile cioè negli ioni K adsorbiti ai colloidi elettronegativi nel terreno per scambio cationico. Via via che la concentrazione di K solubile della soluzione circolante diminuisce, il potassio scambiale passa insoluzione. La frazione adsorbita viene sottratta al dilavamento rendendosi comunque disponibile per l'assorbimento radicale nel tempo.

lunedì 5 maggio 2008

Il fosforo: nelle piante e nel suolo

Il contenuto totale di fosforo nel suolo oscilla tra lo 0,02 e lo 0,15%. Di questo, quantità variabili dal 20 all'80% si trovano sotto forma organica. L'elemento è quasi sempre presente come anione dell'acido ortofosforico e come tale viene assorbito e traslocato nelle pari epigee della pianta.I fosfati, con riferimento alla nutrizione delle piante, possono essere suddivisi in tre frazioni: - fosfati solubili- fosfati del "pool labile"- fosfati del "pool non labile"La solubilità dei fosfati è regolata dal pH: a pH neutro si ha la massima solubilità dei fosfati mentre a pH basici e acidi si ha una precipitazione del fosforo rispettivamente sottoforma di fosfati di calcio e di ferro o alluminio.Il "pool labile" consiste di fosfati adsorbiti sugli scambiatori del suolo ed in equilibrio con i fosfati in fase liquida.Il "pool non labile" comprende i fosfati insolubili che solo molto lentamente possono essere rilasciati nel "pool labile". Apatiti, fosfati di ferro e di allumino e composti organici del fosforo sono i principali costituenti di questa frazione.Fosfati adsorbiti e fosfati presenti in soluzione si trovano in equilibrio dinamico. Conseguentemente, i fosfati che gradualmente vengono assorbiti dalle radici delle piante sono compensati da quelli che si allontanano dalla superficie degli scambiatori. Il fosforo liberato dai costituenti organici si distribuisce tra le forme di fosfato solubili e quelle assorbite sugli scambiatori. Nel tempo, gli ioni fosfato adsorbiti tendono ad evolversi verso strutture cristalline con conseguente forte limitazione della mobilità del nutriente. Parte del "pool labile" viene trasferita nel "pool non labile".
FOSFORO NELLE PIANTE
Le piante assorbono il fosforo sottoforma di anione. Il fosfato assorbito viene molto rapidamente coinvolto in processi metabolici ed immobilizzato in composti organici.Nella pianta il fosfato risulta molto mobile e può essere traslocato in ogni direzione. Le foglie giovani ricevono non solamente il fosfato assorbito dalle radici ma anche quello proveniente dalle foglie vecchie. P fosforo è presente nei fosfolipidi, costituenti delle membrane cellulari, negli acidi nucleici (DNA e RNA), nelle molecole di ATP e ADP, che costituiscono il sistema principale di scambio dell'energia nei sistemi biologici, e nella fitina, presente nei semi come riserva dell'elemento da utilizzare durante la germinazione.Una carenza di fosforo limita la formazione di RNA e riduce la sintesi proteica. In carenza di fosforo, conseguentemente si accerta nei tessuti vegetali accumulo di composti azotati a basso peso molecolare. Le piante mostrano crescita stentata, limitato sviluppo dell'apparato radicale e steli sottili. La produzione è compromessa sia qualitativamente che quantitativamente.I primi sintomi di carenza si manifestano nelle foglie più vecchie che assumono intensa colorazione verde. Nelle piante da frutto le foglie si presentano di colore scuro e cadono precocemente. Gli steli di molte piante erbacee annuali si colorano di rosso per aumento del contenuto in antocianine.
Per vedere un video (commento in spagnolo) fai click sul link qui sotto:
YouTube - CICLO FOSFORO: "http://it.youtube.com/watch?v=Y1mtecBW6DI"

lunedì 21 aprile 2008

I Fertilizzanti

La fertilizzazione è la pratica culturale che ha maggiormente influito sull'aumento della produttività delle coltivazioni.Una pianta, anche se potenzialmente molto produttiva, in condizioni nutrizionali precarie, non riesce a produrre più di quanto la fertilità del terreno le consenta.L'agricoltura indrustializzata, caratterizzata dalle monoculture e dagli allevamenti senza terra, con forte apporto di energia ausiliaria, ha utilizzato i concimi chimici in modo massiccio per assecondare le esigenze sempre maggiori di produttività, fino ad arrivare a dosi di concimazione, specialmente per i concimi azotati, molto elevate e tali da generare, a volte, inquinamento sia negli alimenti, sia nelle falde acquifere destinate ad uso potabile.
Il sistema del suolo agrario aggredito in modo continuo e per un periodo molto lungo, non ha trovato, al suo interno, la potenzialità di trasformazione ed annullamento di questi apporti esagerati di concimi, che si sono rilevati un grosso problema ambientale di non facile risoluzione e che si aggrava sempre di più.Nel nostro paese, specialmente nella pianura padana, l'inquinamento delle falde acquifere da nitrati è ormai emergenza e l'eutrofizzazione delle acque superficiali crea non pochi problemi alla vita del mare Adriatico.L'agricoltura viene imputata come una delle cause principali di inquinamento delle acque per gli apporti in particolare di azoto e fosforo, sottoforma di concimi e di affluenti zootecnici.Per poter stabilire l'effettiva responsabilità degli inquinamenti da parte dell'azoto e del fosforo occorre analizzare il comportamento nel suolo dei diversi elementi fertilizzanti di origine agricola.