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venerdì 6 febbraio 2009

Diserbo del fagiolo, del pisello e del fagiolino

Il controllo delle infestanti di queste tre colture può essere effettuato con mezzi agronomici, fisico-meccanici e chimici. Il diserbo chimico può essere effettuato in pre-semina, contro graminacee e Dicotiledoni, con glifosate, glufosinate ammonico; in pre-emergenza, contro le graminacee estive e le Dicotiledoni, con trifluranin o trifluralin + linuron (distribuiti su seme ben coperto). Infine può essere effettuato anche in post-emergenza con Propaquizafop (Graminacida) e Imazamox (su Dicotiledoni). Per il pisello uguali sono gli interventi presemina, mentre in pre-emergenza si può utilizzarePendimentalin da solo o miscelato ad Aclonifen; inoltre in post-emergenza, oltre ai Graminacidi indicati per il fagiolo, si può utilizzare il Bentazone.

mercoledì 21 gennaio 2009

Carie del frumento

Identificazione, sintomi ed epidemiologia
La Tilletia tritici è un patogeno specifico del frumento, si manifesta nella fase fenologica della maturazione; in questa fase al posto delle normali cariossidi, si presentano delle false cariossidi, ripiene di una polvere nerastra ed untuosa che puzza di pesce putrido. La polvere nerastra è costituita dalle clamidospore. Le piante infette si distinguono dalle altre perchè si presentano erette; infatti queste spighe non avendo cariossidi normali sono molto leggere, contrariamente le spighe sane si incurvano sotto il peso delle cariossidi normali; in ogni caso non tutte le cariossidi di una spiga possono essere colpite. Il fungo si conserva all'esterno delle cariossidi o nel terreno come clamidospore, l'infezione si realizza durante la germinazione dei semi e si manifesta alla maturazione.
Lotta
La lotta contro la Titelia tritici è di tipo chimico preventivo.

lunedì 19 gennaio 2009

Pulvinaria della vite

  • Identificazione, danno e ciclo biologico
La Pulvinaria della Vite è un Coccide con corpo convesso e ovoidale, visibile soprattutto sui tralci, sui rami e sui frutti. E' un insetto polifago che infesta la vite, il nocciolo e tante altre latifoglie di interesse paesaggistico e ornamentale. Le femmine producono un evidente ovisacco, ceroso e fioccoso di colore biancastro, posto tra il corpo e l'organo attaccato; ne consegue che il corpo a "scudetto", aumentando di volume l'ovisacco, si solleva nella parte anteriore evidenziando il sacco di uova sotto di sè. Il danno determinato da questi coccidi è limitato e consiste essenzialmente nelle conseguenze delle punture trofiche effettuate sugli organi colpiti; nei rari casi di comparsa di colonie in forma massiccia si può avere asfissia per lo strato di colnie fioccose che avvolgono gli organi colpiti e per la produzione di melata. Il fitofago sverna come neanide sotto il corpo materno ("scudetto"), e compie una generazione all'anno.

  • Lotta
La lotta chimica contro la Pulvinaria non viene generalmente effettuata per la scarsa rilevanza dei danni prodotti; in caso di particolari infestazioni si può fare, a fine inverno, un trattamento con Oli bianchi attivati o con Polisolfuri di calcio bagnando bene tronchi e tralcio con l'Insetticida.

mercoledì 14 gennaio 2009

Sigaraio della vite


  • Identificazione, danno e ciclo biologico.
Gli adulti del Sigaraio sono piccoli Coleotteri scuri, con dimensioni di 6-8 mm, dai riflessi metallici bluastri o verde brunastri; sono molto polifagi, infatti infestano la vite, alcuni fruttiferi e molte latifoglie ornamentali e forestali. Il danno provocato è relativamente lieve ed è determinato da un tipico arrotolamento della pagina fogliare; questo è causato dall'appassimento della foglia per incisioni, fatte dalle femmine, sul picciolo fogliare senza provocarne il distacco. Le foglie arrotolate, tenute insieme dai secreti emessi dalle femmine stesse, sembrano dei sigari pendenti che sono particolarmente evidenti nella massa fogliare verde; le femmine ovidepongono all'interno del sigaro. L'insetto sverna da adulto e compie una generazione all'anno.

  • Lotta.
La lotta chimica non è generalmente giustificata per la relativa bassa dannosità dell'insetto. In caso di forti infestazioni (molto raro) si può intervenire in primavera, alla comparsa degli adulti svernanti, con insetticidi quali: Fenitrotion, Clorpirifos e Piretroidi.

lunedì 12 gennaio 2009

Accartocciamento fogliare della vite

Identificazione e sintomi
E' la virosi più diffusa al mondo negli areali viticoli. Il sintomo si localizza sulle foglie, specialmente su quelle più vecchie, con ripiegamento dei margini fogliari verso la pagina inferiore. Questa manifestazione è accompagnata da alterazioni cromatiche (rossastre o giallastre) delle lamine fogliari; le foglie, inoltre, assumono consistenza papiracea e mostrano frattura vitrea. Il legno manifesta alterazioni dei tubi cribrosi. Il virus si trasmette col materiale di propagazione infetto e attraverso vettori aspecifici quali: Cocciniglie (Coccidi e Pseudococcidi).

venerdì 9 gennaio 2009

Marciume radicale lanoso

La Roselinia necatrix è un fungo molto polifago con analogie patogeniche e sintomatologiche simili ad Armillariella mellea; infatti come questo colpisce solo piante poste in condizioni di asfissia radicale e di indebolimento generale. L'apparato aereo delle piante colpite non manifesta sintomi specifici ma solo uno stato di generale sofferenza. I sintomi tipici si localizzano sulle radici che appaiono necrosate, con scorza facilmente amovibile e che mostra un sottostante cilindro legnoso fortemente imbrunito; inoltre, su queste radici, è molto evidente una fitta reticolatura "lanosa", di micelio biancastro, costituito dalle rizomorfe avvolgenti tutto l'apparato radicale. Un elemento caratterizzante di questo fungo è l'espansione della fase miceliare in corrispondenza delle ramificazioni degli intrecci ifali. Le piante deperite manifestano un deperimento e una degenerazione che avviene in tempi molto lunghi. Le rizomorfe e gli sclerozi rappresentano le fasi di conservazione del fungo.

  • Lotta
La lotta si avvale di molti degli accorgimenti descritti, come misure preventive per l' Armillariellamellea. Si ricorda solamente che nei terreni molto ricchi di sostanza organica e molto infestati è opportuno eseguire una disinfezione totale mediante fumigazioni.

venerdì 19 dicembre 2008

Cicalina verde (Empoasca vitis)

Classe: Insetti
Ordine: Rincoti
Famiglia: Cicadellidi

  • Identificazione, danno e ciclo biologico
L'insetto adulto è di piccole dimensioni (circa 3 mm), di colore verde chiaro con sfumature dorate. Le forme giovanili sono più chiare, di forma affusolata e, non avendo ali, si spostano velocemente correndo, specialmente se solleccitate. Il danno è determinato dalle punture trofiche che effettuano soprattutto nello stadio giovanile; queste punture si notano sulle nervature delle foglie che le evidenziano con necrosi marginali di colore rossastro, circostante da un alone giallastro, e con filloptosi anticipata; i margini fogliari necrosati disseccano e si ripiegano verso il basso. I maggiori danni sono determinati dagli attacchi in piena estate (seconda generazione) in corrispondenza di andamenti climatici caldo-asciutti. Da ricordare inoltre che lòa cicalina gialla i cui adulti sono di colore giallastro con bande color arancio poste longitudinalmente sul dorso. Le foglie da loro attaccate evidenziano macchie bianche sparse sul lembo e necrosi nei casi più gravi. Le due cicaline svernano da adulto e compiono tre generazioni all'anno.

  • Lotta
Generalmente gli interventi chimici sono mirati contro la seconda generazione; si effettua una lotta guidata mediante campionamento sulle foglie, mediane e basali, a partire dalla prima metà di luglio.

mercoledì 17 dicembre 2008

Produzione del Mosto.

Nonostante la pigiatura dell'uva - l'operazione che consente la produzione del mosto - sia semplice nella sua forma, in realtà è opportuno utilizzare strumenti idonei. In commercio esistono diversi tipi di pigiatrici meccaniche che consentono di pigiare grosse quantità di uva in tempi piuttosto brevi. La rapidità con la quale si pigia l'uva è in effetti di fondamentale importanza, poiché dal momento del raccolto al momento nel quale si inizia la produzione del mosto dovrà passare il minor tempo possibile. Uno dei problemi principali nella produzione casalinga del vino è rappresentata dalla procedura di separazione dei raspi dall'uva, un'operazione che si ritiene indispensabile per la produzione dei vini bianchi. La pigiatura dell'uva dovrebbe essere in effetti preceduta dalla diraspatura, cioè la separazione del raspo - la parte legnosa centrale del grappolo al quale sono attaccati gli acini - così da non conferire quantità eccessive di tannini ruvidi al mosto. A tale proposito è bene ricordare che in certi casi, in particolare quando le uve sono carenti di tannini, la diraspatura può essere evitata, tuttavia è sempre consigliabile eseguirla nella produzione dei vini bianchi in modo da assicurare maggiore finezza ed eleganza. Questa operazione può essere eseguita mediante un'apposita macchina - detta diraspatrice - tuttavia è più conveniente e pratico utilizzare una pigio-diraspatrice, cioè una macchina che oltre a provvedere alla separazione degli acini dal raspo, esegue anche la pigiatura dell'uva. In commercio esistono diversi tipi di pigio-diraspatrici e non tutte sono uguali. Una buona pigio-diraspatrice, oltre a consentire la separazione del raspo, dovrà pigiare l'uva in modo piuttosto delicato, senza eccessiva forza e in modo tale da non lacerare eccessivamente le bucce evitando la frantumazione dei vinaccioli. Il lavoro svolto da una buona pigio-diraspatrice è facile da riconoscere: le bucce sono integre e presentano una sola spaccatura laterale e i vinaccioli sono perfettamente integri. La frantumazione dei vinaccioli va evitata soprattutto nella produzione per i vini bianchi, poiché cedono quantità eccessive di tannini al mosto. Bucce più integre faciliteranno inoltre l'operazione di sgrondamento del mosto, cioè la separazione delle parti solide dalla parte liquida. A seconda del tipo di vino che si intende produrre, il mosto va trattato in modo opportuno. Nel caso di vino bianco, si procederà con lo sgrondamento, cioè all'immediata separazione delle bucce e dei vinaccioli così da limitare la cessione di polifenoli. Per il mosto destinato alla produzione di vino rosso, le bucce sono invece lasciate in macerazione per tutto il periodo della fermentazione, o fino a quando non si raggiunge il grado di colorazione e la quantità di tannini desiderata. Subito dopo la pigiatura, a causa del contatto con l'aria e dei lieviti naturalmente presenti nelle bucce, il mosto inizia a ossidarsi e a fermentare. L'ossidazione dovrà essere evitata in ogni caso - così come nel vino - mentre nel caso della produzione di vino bianco, è opportuno ritardare la fermentazione così da consentire un'adeguata sedimentazione delle parti solide presenti nel mosto. Nella produzione di vino bianco è infatti auspicabile l'utilizzo di mosto limpido e privo di sostanze solide - costituite dai residui della polpa e delle bucce - in modo da ottenere un vino più limpido e più stabile. L'anidride solforosa si rivela utile e fondamentale già subito dopo la pigiatura dell'uva poiché, grazie ai suoi effetti, evita dannose ossidazioni, opera un'opportuna selezione dei lieviti e blocca temporaneamente la loro azione. Queste due qualità saranno indispensabili per i mosti destinati alla produzione di vino bianco, poiché bloccando l'azione dei lieviti e svolgendo una blanda azione chiarificante, si consentirà la sedimentazione delle parti solide presenti nel mosto ritardando la fermentazione. Nonostante l'anidride solforosa abbia degli effetti indesiderati sull'organismo, le quantità tipicamente utilizzate e ammesse in enologia sono da considerarsi relativamente sicure, tuttavia è sempre opportuno utilizzare sempre e comunque la quantità minima indispensabile. Nella produzione casalinga di vino, il metodo più semplice e affidabile di addizione di anidride solforosa è rappresentato dall'impiego di metabisolfito di potassio, semplice da pesare e da aggiungere. È invece sconsigliabile il poco pratico impiego di dischi di zolfo da bruciare nei contenitori, poiché questo metodo non consente di stabilire esattamente le dosi di anidride solforosa aggiunta al mosto o al vino. Utilizzando il metabisolfito di potassio, è opportuno ricordare che questo contiene circa il 55% di anidride solforosa, pertanto un grammo di metabisolfito di potassio produce 550 mg di anidride solforosa. Per quanto riguarda il mosto, le quantità di metabisolfito di potassio da impiegare possono variare da 5 a 30 grammi per ettolitro, dosi variabili in funzione della qualità e della sanità delle uve. Nel caso di uve sane e senza difetti, sarà sufficiente impiegare da 5 a 10 grammi per ettolitro di metabisolfito di potassio, mentre con uve alterate da muffa, o peggio ancora, da marciume, si arriverà all'impiego di 20-30 grammi per ettolitro. In condizioni normali, l'impiego di 10-15 grammi per ettolitro è da considerarsi corretto e tale da garantire una buona fermentazione. È comunque opportuno ricordare che maggiore è la dose di anidride solforosa utilizzata nel mosto e più lento risulterà essere l'inizio della fermentazione alcolica. Inoltre, quantità eccessive di metabisolfito di potassio (50-60g/hl e oltre) inibiscono completamente la fermentazione del mosto poiché in questo modo si eliminano tutti i microorganismi presenti, compresi i lieviti. L'aggiunta di anidride solforosa, nella forma di metabisolfito di potassio o di altri metodi, va eseguita in accordo al tipo di mosto da trattare. Poiché l'anidride solforosa svolge anche un'azione solvente in certi componenti presenti nella buccia degli acini d'uva - in particolare le sostanze coloranti e i polifenoli - si sconsiglia l'addizione, praticata da molti, direttamente sulle uve bianche poiché questo provocherebbe un poco desiderabile ingiallimento del mosto. Nel mosto prodotto da uve bianche è sempre opportuno aggiungere l'anidride solforosa dopo la fase di sgrondamento, cioè dopo avere provveduto a separare le bucce dal mosto. In ogni caso, indipendentemente dal tipo di vino da produrre - sia bianco, sia rosso - è preferibile aggiungere l'anidride solforosa direttamente al mosto provvedendo a mescolare uniformemente la massa. Il contatto con le bucce è indispensabile nei mosti da uve rosse poiché saranno proprio queste a conferire colore al vino, mentre nel vino bianco vanno eliminate subito dopo la pigiatura. La parte sgrondata può essere quindi torchiata e aggiunta al mosto, oppure utilizzata per la produzione di vini di minore pregio.

lunedì 15 dicembre 2008

Fare il vino: Il mosto

La produzione del mosto rappresenta la prima fase di lavorazione in cantina, un'operazione che inizia con la selezione e la spremitura dei grappoli dell'uva. Dal punto di vista tecnico, il mosto è il prodotto che si ricava dall'uva fresca o ammostata - con o senza raspi e bucce - attraverso i procedimenti meccanici della pigiatura, sgrondatura e torchiatura. Se si considera il mosto come il risultato della spremitura delle uve senza ulteriori procedimenti, esso è composto per l'80-85% dalla polpa, 10-15% di bucce, 5% di vinaccioli o semi. Durante la fase della pigiatura - che consiste nello schiacciamento degli acini - si esegue generalmente anche la cosiddetta diraspatura, cioè la separazione dei raspi con lo scopo di non arricchire eccessivamente il mosto di tannini ruvidi: un'operazione praticamente indispensabile per i mosti destinati alla produzione di vini bianchi. Il mosto è la frazione liquida del pigiato dell'uva - il succo - composta per il 70-80% di acqua, 10-30% di zuccheri (prevalentemente fruttosio e glucosio) oltre a sostanze minerali, azotate (inorganiche e proteiche), polifenoli (tannini e sostanze coloranti) e acidi organici. La vinaccia è invece la frazione solida del pigiato dell'uva composta dalle parti fibrose della polpa, semi e buccia.
L'analisi condotta sul mosto rileva inoltre la presenza di lieviti, sia perché questi sono naturalmente presenti nell'aria, sia perché - e soprattutto - si trovano nella pruina, lo strato superficiale opaco e biancastro che ricopre la buccia dell'acino dell'uva. Le sostanze acide - anche se normalmente poco percettibili all'assaggio a causa dell'azione di contrasto degli zuccheri - sono generalmente comprese fra i valori di pH 2,7 e 3,5, indispensabili per un regolare svolgimento della fermentazione. Nel mosto si trovano anche vitamine dei gruppi A, B e C, sostanze minerali (potassio, calcio, magnesio, sodio, fosfati, solfati, cloruri, ferro e rame) utili per il regolare andamento della fermentazione e per la stabilità e la limpidezza del vino. Di particolare importanza è la presenza di sostanze azotate, indispensabili allo sviluppo dei lieviti responsabili della fermentazione alcolica. Queste sostanze, al termine della fermentazione, si trasformeranno in componenti aromatici, alcune delle quali molto importanti per l'aroma complessivo del vino. Nonostante il loro importante ruolo, l'eccessiva presenza di sostanze azotate nel mosto può provocare intorbidamenti al vino oltre a compromettere la sua stabilità.


http://www.diwinetaste.com/dwt/it2006126.php

venerdì 12 dicembre 2008

Vite: forme di allevamento e pratiche colturali

La viticoltura Italiana è caratterizzata da una notevole varietà di ambienti pedoclimatici, di vitigni, di portainnesti e di tradizioni locali che hanno contribuito alla diffusione di numerosi sistemi di allevamento e potatura. I principali sistemi di allevamento sono: Alberello, Guyot, Capovolto, Cordone Speronato, Syloz, Pergola Trentina, Pergola Veronese e Romagnola, Tendone etc.
Riguardo alla potatura di produzione, le operazioni si distinguono in: potatura secca o invernale e potatura verde o estiva. La concimazione è di fondamentale importanza nella coltura della vite, utile sarebbe quella organica periodica, sotto forma di letamazione o sovescio di leguminose; basilare è quella minerale basata su concimi azotati, potassici e fosfatici. Per quanto riguarda il terreno, questo può essere tenuto libero mediante periodiche lavorazioni, inerbito oppure inerbito nell'interfila e diserbo lungo il filare. L'inerbito presenta diversi vantaggi quali: la facilità di accesso delle macchine, la riduzione dell'attività di erosione delle acque meteoriche, la mancata formazione della suola di lavorazione, le minori escursioni termiche.





http://www.agraria.org/coltivazioniarboree/vite.htm

venerdì 28 novembre 2008

La misura dello stato ambientale dei corsi d'acqua.

Lago Coghinas - Berchidda


Lo stato ambientale dei corsi d'acqua si determina combinando alcuni indicatori:


  1. LIM - Livello di inquinamento da Macrodescrittori: misura l'inquinamento di natura Organica;
  2. IBE - Indice biotico esteso: misura gli effetti dell'inquinamento sulle colonie di macroinvertebrati che vivono sul fondo del corso d'acqua. La mancanza di alcune colonie è sintomo di cattiva salute. Gli indici LIM e IBE determinano lo stao ecologico (S.E.), che descrive le caratteristiche dell'ecosistema acquatico;
  3. Stato chimico dell'acqua: quantifica la presenza di sostanze pericolose e le prorietà chimiche.
Dalla classificazione effettuata solo in base allo stao ecologico la situazione ambientale dei corsi d'acqua Sardi non appare critica: il 72% dei corsi d'acqua si trova infatti in condizioni definite "buone" o "sufficienti".

mercoledì 26 novembre 2008

Gli ecosistemi costieri.

La Sardegna possiede 1.900 km di coste, di cui il 75% è costitutito da scogliere alte, frastagliate e a picco sul mare, ed il 25% da spiagge sabbiose e ghiaiose. Le coste in Sardegna sono ambienti molto fragili e soggetti a molti rischi, causati principalmente dalle attività economiche dell'uomo. Solo il 18% del litorale è urbanizzato, ma l'urbanizzazione dei centri urbani ed un eccessivo carico turistico sono una costante minaccia. Gli ecosistemi costieri sono costituiti dal susseguirsi di spiagge, cale, anfratti rocciosi, pareti a picco sul mare e dune sabbiose che collegano il mare con l'entroterra. Le coste, siano esse sabbiose che rocciose, sono continuamente oggetto di fenomeni di genesi e distribuzione operati dalle onde e dalle maree. La flora che vegeta gli ecosistemi costieri Sardi costituisce la macchia mediterranea tipica; qui dominano il lentischio, il rosmarino, l'origano, l'elicriso, il mirto, il ginepro, il corbezzolo e i pini. Tra gli animali caratteristici si trovano mammiferi ed uccelli acquatici (fenicotteri rosa, gabbiani, aironi, cavalieri d'Italia e grifoni).

lunedì 24 novembre 2008

Le specie a rischio in Sardegna

  • Il Ribes Sardo
Endemismo Sardo esclusivo del supramonte di Oliena con areale puntiforme di estensione limitatissima (si stima la presenza di circa 70 esemplari). Risulta infatti segnalato solo presso la località di Su Padru (Oliena - NU) a una quota compresa tra i 1.050 e i 1.100 m s.l.m. La specie è in gravissimo pericolo sia perchè è presente solo in una stazione soggetta a un pascolo brado non controllato, sia perchè mostra una scarsissima capacità germinativa che ne pregiudica la colonizzazione dei territori limitrofi o la diffusione in altri habitat similari.

  • Il Grifone
Un tempo la specie era diffusa su tutta l'isola; purtroppo oggi ci sono circa 60-70 individui con 20-22 coppie nidificanti localizzate nei territori di Bosa e di Alghero. E' in grado di effettuare lunghi spostamenti alla ricerca del cibo. L'habitat ideale è l'ambiente aperto, sia montano che collinare, dove può localizzare le carogne e nidificare tra gli spuntoni di roccia. L'abbandono della pastorizia errante è una delle cause del declino della specie.

venerdì 21 novembre 2008

La Biodiversità in Sardegna.

La Sardegna è un territorio molto ricco di biodiversità: vi si trovano il 37% delle specie vegetali e il 50% dei vertebrati presenti in Italia. Inoltre, essendo un'isola, la discontinuità terra-acqua pone dei limiti ben precisi alla distribuzione della specie rendendo le sue comunità pressochè chiuse ad interazioni ecologiche con l'esterno. Ne deriva che la Sardegna è ricca di endemismi ovvero di specie vegetali e animali che si trovano solo in questo territorio. Sono presenti infatti più di 200 specie di vertebrati endemiche, tra i quali ricordiamo: l'euprotto Sardo (euproctus platycepalus), il geotritone dell'Iglesiente, il discoglosso Sardo, la lucertola tirrenica di malarotto, la biscia dal collare, la cinciallegra Sarda, la ghiandaia Sarda, il cervo Sardo e il ghiro Sardo. Altre specie non endemiche, ma comunque piuttosto rare sono: il pollo sultano (di origine etiopica), il gabbiano roseo e il fenicottero rosa, entrambi nidificanti nelle zone umide di Cagliari (stagno di Molentargius e di Cagliari), mentre nelle zone umide di Olbia e San Teodoro svernano. L'attività antropica è spesso causa di modificazioni ambientali che sono un grave pericolo per la biodiversità. E' stato stimato che nel mondo siano presenti dai 5 ai 100 milioni di specie, ma di queste soltanto 1 milione e 700 mila sono state identificate e descritte. Il tasso naturale di estinzione è stimato in circa una specie all'anno. L'antropizzazione determina un tasso annuale diecimila volte superiore. Ciò vuole dire che ogni ora sulla terra scompare almeno una specie.

Testo tratto da "Sardegna Sostenibile - Manuale didattico sulla sostenibilità ambientale in Sardegna" - Regione Autonoma della Sardegna.

Storia della viticoltura e vini della Sardegna.

Vitigni di tipo Vermentino in Gallura (Su Canale-Monti)



Fino a pochi anni fa, sull’origine della cultura della vite in Sardegna, si avevano notizie molto frammentate: alcune fonti ritenevano che si fosse sviluppata autonomamente, altre invece, che fosse stata introdotta dai Fenici o dai Cartaginesi, altre ancora sostenevano che pure durante il periodo romano tale coltura era ben conosciuta. Secondo le più recenti scoperte, sembrerebbe invece che già durante la civilizzazione nuragica i sardi coltivavano la vite e conoscevano il vino, ed il Cannonau, secondo gli studiosi, sarebbe uno dei vini più antichi del Mar Mediterraneo, se non il più antico, mentre il nome di un altro celebre vino sardo, la Vernaccia, sembra che derivi dal latino vite vernacula, quindi originaria del luogo, come scriveva lo storiografo romano Marco Giulio Columella; altri studiosi sostengono anche che esistono riscontri storici sull'esistenza del celebre vino già nella città Tharros, l'antichissimo centro punico-romano di cui oggi restano maestose vestigia.Dopo il periodo oscuro del Medioevo, la coltura della vite in Sardegna conobbe un nuovo sviluppo, principalmente nella zona di Oristano e soprattutto grazie all’opera di Eleonora d'Arborea, la famosa giudicessa autrice di una illuminata raccolta di leggi (Carta de Logu) che prevedeva tra l’altro il divieto di tenere vigneti mal coltivati. Negli anni successivi la viticoltura sarda continuò a prosperare, rimanendo comunque sempre confinata ad un consumo locale.
Un grosso incremento, con conseguente diffusione al di fuori dell’isola, si ebbe grazie all’impegno di un’importante azienda privata, la Sella e Mosca, i cui fondatori erano di origine piemontese.Per quanto riguarda le caratteristiche generali della viticoltura sarda, a fronte dei vitigni autoctoni (quali ad esempio il Nuragus, la Vernaccia, il Cagnulari, tipico del sassarese e sicuramente il Cannonau), i vitigni più diffusi sono quasi sicuramente di origine continentale come il Torbato provenienti probabilmente dalla Spagna, il Vermentino ed il Malvasia dal Portogallo, il Sangiovese dall’Italia.
Attualmente la Sardegna produce numerosi vini di elevata qualità, apprezzati per le loro tipiche caratteristiche organolettiche (sono vini di buon corpo, freschi ed aromatici); ad oggi si contano un vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita (Vermentino di Gallura) e 19 vini a Denominazione di Origine Controllata.


SCHEDA SUL VERMENTINO DI SARDEGNA SPUMANTE:
  • Vino DOC;
  • Resa uva/ettaro 200 q;
  • Resa max dell'uva 65%
  • Titolo alcolometrico naturale dell'uva 10%
  • Titolo alcolometrico minimo del vino 11%;
  • Estratto secco netto minimo 14 per mille.
  • Vitigni ove è consentita la produzione: Vermentino 85 - 100%

Fonte scheda: Ministero delle Politiche Agricole.

Vini Sardi: Carignano del Sulcis

Il vitigno rosso Carignano, presente in tutto il Mediterraneo occidentale, ha origini incerte in Sardegna, anche se la sua diffusione limitata all’area del Sulcis e all’Isola di Sant’Antioco farebbe pensare a un’origine fenicia. Il vitigno, che produce un vino rosso molto alcolico che non ha particolari esigenze pedoclimatiche ed è molto resistente ai venti ricchi di salsedine provenienti dal mare tipici del sud-ovest sardo, nonché a malattie come la filossera. Dalle uve Carignano si ottiene il “Carignano del Sulcis” , il quale ha ottenuto il riconoscimento DOC nel 1977. Questo vino deriva da uve Carignano al 100% o all’85% con il concorso dei vitigni Monica, Pascale, Alicante ed è un vino dal profumo fragrante e intenso, con gusto secco e sapido, che raggiunge gli 11,5°. Il Carignano ha acquistato valore in Sardegna e sui mercati internazionali soprattutto grazie a Giacomo Tachis, il maestro degli enologi italiani, il quale, portando l’immaginazione e la scienza in cantina, ha esaltato un vino che veniva utilizzato quasi esclusivamente come vino da taglio. Giacomo Tachis ha “firmato” i due rossi più importanti dell’isola, il “Turriga” e il “Terre Brune”.
Il primo è prodotto dalla Cantina Antonio Argiolas di Serdiana (Ca), una grande azienda che opera dal 1918 e che oggi, guidata dai figli del fondatore, ha conquistato una dimensione internazionale con una produzione di 2 milioni di litri di vino l’anno. I vigneti si estendono per circa 200 ettari nella zona tra Sisini, Serdiana e Selegas, in località Sa Tanca, dove sono ospitate le varietà tradizionali (Cannonau, Monica, Carignano, Malvasia) e i campi sperimentali dell’azienda. Il “Turriga” Isola dei Nuraghi IGT è il vino più premiato dell’azienda (ha ottenuto per dieci anni consecutivi i Tre Bicchieri della Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso e Slow Food). E’ ottenuto da uvaggio Cannonau, Carignano e Bovale sardo con aggiunta di Malvasia Nera ed è invecchiato in barriques di quercia francese per 18 mesi. Il carattere prettamente sardo di questo vino e del suo uvaggio è ben rappresentato dall’etichetta del Turriga, che riporta l’effige di una scultura nuragica raffigurante la Grande Madre, la divinità primigenia della civiltà mediterranea. Fra i rossi della cantina è da menzionare anche il “Korem” Isola dei Nuraghi IGT, ottenuto da uve Bovale, Carignano e piccole quantità di Cannonau, e il “Costera”, Cannonau di Sardegna DOC. Fra i bianchi invece si distinguono il “Selegas”, Nuragus di Cagliari DOC, il “Costamolino” e l’”Is Argiolas, ambedue Vermentino di Sardegna Doc”.Il “Terre Brune”, l’altro famoso Carignano del Sulcis DOC, è prodotto dalla Cantina Sociale Di Santadi (Ca). L’ascesa della cantina, fondata nel 1960, è da ascrivere negli ultimi trenta anni al suo presidente Antonello Pilloni e al già menzionato enologo Giacomo Tachis. La cantina oggi conta 250 soci e circa 500 ettari di vigneti ad alberello estesi sulle arenarie e le trachiti (le terre brune appunto) del sud-ovest sardo. Il “Terre Brune”, che nasce da un uvaggio Carignano e Bovaleddu (5%) e raggiunge i 14°, ha conquistato i mercati internazionali ed è stato inserito nelle carte dei vini dei più famosi ristoranti di Tokyo, New York e Sidney. Ad esso si affiancano altri rossi (come il “Rocca Rubia”, Carignano del Sulcis DOC Riserva; Il “Grotta Rossa”, Carignano del Sulcis DOC da uvaggio carignano al 100%; l’”Antigua”, Monica di Sardegna DOC) e raffinati bianchi (Il “Cala Silente”, Vermentino di Sardegna DOC; Il “Pedraia”, Nuragus di Cagliari DOC; il “Latinia”, vino da dessert da uve Nasco).

mercoledì 19 novembre 2008

Vini Sardi: Cannonau di Sardegna.

Il Cannonau è un vitigno a bacca nera più diffuso in Sardegna. La coltivazione di questo vitigno è diffusa in tutta la Sardegna, ma concentrata nelle zone più centrali del territorio. Non se ne conosce con certezza l'origine e anche la maggior parte degli esperti è concorde nel ritenerlo importato dalla penisola iberica; recenti studi hanno dimostrato la sua indemicità. Dalle uve Cannonau si produce prevalentemente il vino DOC Cannonau di Sardegna, Rosso o Rosato, ottenuto con al minimo il 90% di uve Cannonau. L'invecchiamento obbligatorio minimo dui questo vino è di un'anno in botti di rovere o di castagno.
  • Cannonau di Sardegna Rosso.
Sotto Denominazione
  • Cannonau di Sardegna Capo Ferrato, se le uve provengono dai territori comunali di Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimius (Provincia di Cagliari)
  • Cannonau di Sardegna Jerzu, se le uve provengono dai comuni di Jerzu e Cardedu (Provincia di Nuoro)
  • Cannonau di Sardegna Nepente di Oliena, se le uve provengono dal territorio comunale di Oliena e, in parte, di Orgosolo (Provincia di Nuoro).
Con un invecchiamento di due anni (di cui almeno sei mesi in botti di castagno o rovere) e una gradazione minima del 13%, può portare la qualifica riserva.

lunedì 17 novembre 2008

Vitigni e vini Italiani, (in particolar modo Sardi) più diffusi.

I vitigni più diffusi in Italia sono:
  • Rossi; nebbiolo, sangiovese, primitivo, montepulciano;
  • Bianchi; trebbiano, vernaccia, moscato e vermentino (in Sardegna il Vermentino di Gallura, è uno dei più conosciuti e rinomati vini in Sardegna e in tutto il mondo, vino a denominazione di origine controllata e garantita, caratterizzato da una notevole struttura e alcolicità; tra i DOC si possono citare l'Alghero vermentino frizzante, e il vermentino di Sardegna, contraddistinto da caratteristiche più diversificate, dal vino più strutturato a quello più fresco e usato come aperitivo).

La vite: Ciclo vegetale e produttivo.


La vite è una pianta arborea rampicante che per crescere si avvolge a dei sostegni (tutori) mediante i viticci; il suo apparato radicale, molto sviluppato, può superare anche 10 cm di lunghezza. Il fusto è verticale ma può avere diversa inclinazione a seconda della forma di coltivazione; le ramificazioni sono chiamate germogli o pampini quando sono erbacee, tralci quando sono lignificate, sarmenti quando sono staccati dalla pianta dopo la potatura. Sui tralci si distinguono nodi e internodi, in numero e in lunghezza variabili. Le foglie della vite sono semplici, distiche e alterne, esse sono formate da un picciolo di diversa lunghezza e da una lamina palmatolobata, con cinque nervature primarie che possono originare altrettanti lobi separati da insenature dette senifiori. I fiori della vite sono riuniti a formare un'infiorescenza, detta grappolo, inserita sul tralcio in posizione opposta alle foglie. Il frutto della vite è una bacca chiamata acino.

mercoledì 12 novembre 2008

La vite: La potatura di allevamento e di produzione a guyot.

La pianta adulta potata è costitutita da un fusto verticale alto da 50 a 100 cm e da una corta branca sulla quale sono inseriti uno sperone di 2-3 gemme in posizione più basale e un tralcio a frutto di 5-12 gemme che si lega al primo filo dell'impalcatura, orizzontalmente o ad archetto. Lo sperone serve al rinnovo della vegetazione per l'anno successivo: il tralcio basale prodotto da questo sarà a sua volta speronato a 2-3 gemme, il tralcio apicale sarà potato a 5-12 gemme per la produzione. La potaura di allevamento, nel primo anno, è uguale per tutte le forme; si differenzia alla fine della seconda vegetazione: dei due tralci presenti, uno viene eliminato, il migliore si pota all'altezza del primo filo se è relativamente debole, si pota più lungo e si lega alla fine della terza vegetazione, si darà alla pianta l'assetto definitivo speronando a 2-3 gemme un tralcio inserito in prossimità del primo filo e potando a 5-10 gemme un secondo in posizione appena superiore. Tutto il resto si elimina.