venerdì 21 novembre 2008

La Biodiversità in Sardegna.

La Sardegna è un territorio molto ricco di biodiversità: vi si trovano il 37% delle specie vegetali e il 50% dei vertebrati presenti in Italia. Inoltre, essendo un'isola, la discontinuità terra-acqua pone dei limiti ben precisi alla distribuzione della specie rendendo le sue comunità pressochè chiuse ad interazioni ecologiche con l'esterno. Ne deriva che la Sardegna è ricca di endemismi ovvero di specie vegetali e animali che si trovano solo in questo territorio. Sono presenti infatti più di 200 specie di vertebrati endemiche, tra i quali ricordiamo: l'euprotto Sardo (euproctus platycepalus), il geotritone dell'Iglesiente, il discoglosso Sardo, la lucertola tirrenica di malarotto, la biscia dal collare, la cinciallegra Sarda, la ghiandaia Sarda, il cervo Sardo e il ghiro Sardo. Altre specie non endemiche, ma comunque piuttosto rare sono: il pollo sultano (di origine etiopica), il gabbiano roseo e il fenicottero rosa, entrambi nidificanti nelle zone umide di Cagliari (stagno di Molentargius e di Cagliari), mentre nelle zone umide di Olbia e San Teodoro svernano. L'attività antropica è spesso causa di modificazioni ambientali che sono un grave pericolo per la biodiversità. E' stato stimato che nel mondo siano presenti dai 5 ai 100 milioni di specie, ma di queste soltanto 1 milione e 700 mila sono state identificate e descritte. Il tasso naturale di estinzione è stimato in circa una specie all'anno. L'antropizzazione determina un tasso annuale diecimila volte superiore. Ciò vuole dire che ogni ora sulla terra scompare almeno una specie.

Testo tratto da "Sardegna Sostenibile - Manuale didattico sulla sostenibilità ambientale in Sardegna" - Regione Autonoma della Sardegna.

Storia della viticoltura e vini della Sardegna.

Vitigni di tipo Vermentino in Gallura (Su Canale-Monti)



Fino a pochi anni fa, sull’origine della cultura della vite in Sardegna, si avevano notizie molto frammentate: alcune fonti ritenevano che si fosse sviluppata autonomamente, altre invece, che fosse stata introdotta dai Fenici o dai Cartaginesi, altre ancora sostenevano che pure durante il periodo romano tale coltura era ben conosciuta. Secondo le più recenti scoperte, sembrerebbe invece che già durante la civilizzazione nuragica i sardi coltivavano la vite e conoscevano il vino, ed il Cannonau, secondo gli studiosi, sarebbe uno dei vini più antichi del Mar Mediterraneo, se non il più antico, mentre il nome di un altro celebre vino sardo, la Vernaccia, sembra che derivi dal latino vite vernacula, quindi originaria del luogo, come scriveva lo storiografo romano Marco Giulio Columella; altri studiosi sostengono anche che esistono riscontri storici sull'esistenza del celebre vino già nella città Tharros, l'antichissimo centro punico-romano di cui oggi restano maestose vestigia.Dopo il periodo oscuro del Medioevo, la coltura della vite in Sardegna conobbe un nuovo sviluppo, principalmente nella zona di Oristano e soprattutto grazie all’opera di Eleonora d'Arborea, la famosa giudicessa autrice di una illuminata raccolta di leggi (Carta de Logu) che prevedeva tra l’altro il divieto di tenere vigneti mal coltivati. Negli anni successivi la viticoltura sarda continuò a prosperare, rimanendo comunque sempre confinata ad un consumo locale.
Un grosso incremento, con conseguente diffusione al di fuori dell’isola, si ebbe grazie all’impegno di un’importante azienda privata, la Sella e Mosca, i cui fondatori erano di origine piemontese.Per quanto riguarda le caratteristiche generali della viticoltura sarda, a fronte dei vitigni autoctoni (quali ad esempio il Nuragus, la Vernaccia, il Cagnulari, tipico del sassarese e sicuramente il Cannonau), i vitigni più diffusi sono quasi sicuramente di origine continentale come il Torbato provenienti probabilmente dalla Spagna, il Vermentino ed il Malvasia dal Portogallo, il Sangiovese dall’Italia.
Attualmente la Sardegna produce numerosi vini di elevata qualità, apprezzati per le loro tipiche caratteristiche organolettiche (sono vini di buon corpo, freschi ed aromatici); ad oggi si contano un vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita (Vermentino di Gallura) e 19 vini a Denominazione di Origine Controllata.


SCHEDA SUL VERMENTINO DI SARDEGNA SPUMANTE:
  • Vino DOC;
  • Resa uva/ettaro 200 q;
  • Resa max dell'uva 65%
  • Titolo alcolometrico naturale dell'uva 10%
  • Titolo alcolometrico minimo del vino 11%;
  • Estratto secco netto minimo 14 per mille.
  • Vitigni ove è consentita la produzione: Vermentino 85 - 100%

Fonte scheda: Ministero delle Politiche Agricole.

Vini Sardi: Carignano del Sulcis

Il vitigno rosso Carignano, presente in tutto il Mediterraneo occidentale, ha origini incerte in Sardegna, anche se la sua diffusione limitata all’area del Sulcis e all’Isola di Sant’Antioco farebbe pensare a un’origine fenicia. Il vitigno, che produce un vino rosso molto alcolico che non ha particolari esigenze pedoclimatiche ed è molto resistente ai venti ricchi di salsedine provenienti dal mare tipici del sud-ovest sardo, nonché a malattie come la filossera. Dalle uve Carignano si ottiene il “Carignano del Sulcis” , il quale ha ottenuto il riconoscimento DOC nel 1977. Questo vino deriva da uve Carignano al 100% o all’85% con il concorso dei vitigni Monica, Pascale, Alicante ed è un vino dal profumo fragrante e intenso, con gusto secco e sapido, che raggiunge gli 11,5°. Il Carignano ha acquistato valore in Sardegna e sui mercati internazionali soprattutto grazie a Giacomo Tachis, il maestro degli enologi italiani, il quale, portando l’immaginazione e la scienza in cantina, ha esaltato un vino che veniva utilizzato quasi esclusivamente come vino da taglio. Giacomo Tachis ha “firmato” i due rossi più importanti dell’isola, il “Turriga” e il “Terre Brune”.
Il primo è prodotto dalla Cantina Antonio Argiolas di Serdiana (Ca), una grande azienda che opera dal 1918 e che oggi, guidata dai figli del fondatore, ha conquistato una dimensione internazionale con una produzione di 2 milioni di litri di vino l’anno. I vigneti si estendono per circa 200 ettari nella zona tra Sisini, Serdiana e Selegas, in località Sa Tanca, dove sono ospitate le varietà tradizionali (Cannonau, Monica, Carignano, Malvasia) e i campi sperimentali dell’azienda. Il “Turriga” Isola dei Nuraghi IGT è il vino più premiato dell’azienda (ha ottenuto per dieci anni consecutivi i Tre Bicchieri della Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso e Slow Food). E’ ottenuto da uvaggio Cannonau, Carignano e Bovale sardo con aggiunta di Malvasia Nera ed è invecchiato in barriques di quercia francese per 18 mesi. Il carattere prettamente sardo di questo vino e del suo uvaggio è ben rappresentato dall’etichetta del Turriga, che riporta l’effige di una scultura nuragica raffigurante la Grande Madre, la divinità primigenia della civiltà mediterranea. Fra i rossi della cantina è da menzionare anche il “Korem” Isola dei Nuraghi IGT, ottenuto da uve Bovale, Carignano e piccole quantità di Cannonau, e il “Costera”, Cannonau di Sardegna DOC. Fra i bianchi invece si distinguono il “Selegas”, Nuragus di Cagliari DOC, il “Costamolino” e l’”Is Argiolas, ambedue Vermentino di Sardegna Doc”.Il “Terre Brune”, l’altro famoso Carignano del Sulcis DOC, è prodotto dalla Cantina Sociale Di Santadi (Ca). L’ascesa della cantina, fondata nel 1960, è da ascrivere negli ultimi trenta anni al suo presidente Antonello Pilloni e al già menzionato enologo Giacomo Tachis. La cantina oggi conta 250 soci e circa 500 ettari di vigneti ad alberello estesi sulle arenarie e le trachiti (le terre brune appunto) del sud-ovest sardo. Il “Terre Brune”, che nasce da un uvaggio Carignano e Bovaleddu (5%) e raggiunge i 14°, ha conquistato i mercati internazionali ed è stato inserito nelle carte dei vini dei più famosi ristoranti di Tokyo, New York e Sidney. Ad esso si affiancano altri rossi (come il “Rocca Rubia”, Carignano del Sulcis DOC Riserva; Il “Grotta Rossa”, Carignano del Sulcis DOC da uvaggio carignano al 100%; l’”Antigua”, Monica di Sardegna DOC) e raffinati bianchi (Il “Cala Silente”, Vermentino di Sardegna DOC; Il “Pedraia”, Nuragus di Cagliari DOC; il “Latinia”, vino da dessert da uve Nasco).

mercoledì 19 novembre 2008

Vini Sardi: Cannonau di Sardegna.

Il Cannonau è un vitigno a bacca nera più diffuso in Sardegna. La coltivazione di questo vitigno è diffusa in tutta la Sardegna, ma concentrata nelle zone più centrali del territorio. Non se ne conosce con certezza l'origine e anche la maggior parte degli esperti è concorde nel ritenerlo importato dalla penisola iberica; recenti studi hanno dimostrato la sua indemicità. Dalle uve Cannonau si produce prevalentemente il vino DOC Cannonau di Sardegna, Rosso o Rosato, ottenuto con al minimo il 90% di uve Cannonau. L'invecchiamento obbligatorio minimo dui questo vino è di un'anno in botti di rovere o di castagno.
  • Cannonau di Sardegna Rosso.
Sotto Denominazione
  • Cannonau di Sardegna Capo Ferrato, se le uve provengono dai territori comunali di Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimius (Provincia di Cagliari)
  • Cannonau di Sardegna Jerzu, se le uve provengono dai comuni di Jerzu e Cardedu (Provincia di Nuoro)
  • Cannonau di Sardegna Nepente di Oliena, se le uve provengono dal territorio comunale di Oliena e, in parte, di Orgosolo (Provincia di Nuoro).
Con un invecchiamento di due anni (di cui almeno sei mesi in botti di castagno o rovere) e una gradazione minima del 13%, può portare la qualifica riserva.

Lotta guidata ai parassiti dell'olivo

L'intervento chimico è previsto solo quando il grado di infezione supera una certa percentuale, ovvero quando quando i costi delle irrorazioni sono inferiori al valore della produzione. La scelta del prodotto deve tener conto delle sue proprietà di azione, tossicità, selettività; si usa il prodotto più efficace e con minore impatto ambientale, scegliendo il momento più idoneo per intervenire.

Lymantria dispar

Lymantria dispar L. (Lepidoptera Lymantriidae)
Polifaga, è presente su piante dei generi Acer, Fagus, Alnus, Ulmus, Tilia, Platanus, Quercus e Prunus.
Sintomi - Presenza di ovature sul tronco e branche della pianta.

Descrizione
Adulti: i maschi di colore marrone giallastro e con fasce nere trasversali sulle ali anteriori ed addome sottile hanno apertura alare di 35-40 mm. Femmine più corpulente, di aspetto bianco sporco hanno le ali anteriori con alcune striature a zig zag che le percorrono in senso antero posteriore e una linea a V in posizione medio distale, che non manca mai a differenza delle altre macchiettature. L’apertura alare è di 40-70 mm.
Larve: a maturità hanno aspetto del tutto caratteristico dovuto alla particolare colorazione dei tubercoli dorsali che fanno parte dei sei presenti su ciascun segmento. Infatti al blu delle prime cinque paia si contrappone il rosso degli altri. Tutto ciò spicca su un corpo dall'aspetto bruno grigio giallastro, abbondantemente ricoperto di peli urticanti che si differenziano a ciuffo a livello dei tubercoli anzidetti. Le larve a maturità raggiungono una lunghezza di 60-70 mm.
Biologia: La specie svolge una sola generazione all'anno e sverna come larva entro l'uovo. In primavera (aprile-maggio) le larvette abbandonano il corion con una spiccata tendenza a diffondersi nell'ambiente. Attività per la quale hanno una struttura che, munita di peli aerofili, è capace di utilizzare il vento così da raggiungere in modo passivo piante distanti alcuni chilometri dal punto di sgusciamento. Le larve mangiano di giorno durante i primi stadi e di notte nei successivi; la maturità è raggiunta in giugno-luglio e l’incrisalidano avviene quasi sempre sulle piante dove sono cresciute. Gli adulti compaiono in massa tra fine giugno e tutto luglio, ma possono continuare a sfarfallare anche durante il mese di agosto e l'inizio di settembre. A ciò segue la deposizione delle uova in ovature protetta dai peli addominali della femmina che isolano ciascun uovo dagli altri. La struttura numerica dell’ovatura e sua dislocazione sulla piante danno una indicazione accettabile dello stato di gradazione in cui si trova la popolazione dell’insetto. Infatti ovature con 600-800 unità poste fino ad un'altezza di 2 m sul tronco stanno ad indicare che l'insetto è in una fase di latenza o di progradazione; mentre la riduzione del numero di uova a 300–500 e una loro dislocazione fino a sei metri di altezza e sui primi rami sta ad indicare lo stato di culmine e di retrogradazione della gradazione.
Periodo di dannosità: Maggio-Giugno.


Tratto da: http://www.entom.unibo.it/insetti%20alberi/Acero/L_dispar.htm

Principali razze bovine da carne

Marchigiana.Ricoperto da un pelo corto, bianco e liscio, con sfumature grigie sulle spalle, l'avambraccio e le occhiature, il bovino Marchigiano si riconosce per la cute pigmentata, la testa possente ma leggera, il collo corto, gibboso nei maschi, con giogaia ridotta e lo sviluppo armonico delle varie regioni somatiche.
La storia della razza Marchigiana, come la conosciamo oggi, inizia in realtà verso la metà del XIX secolo quando gli allevatori marchigiani incrociarono il bovino podolico autoctono (derivato dal "Bovino dalle grandi corna" giunto in Italia nel VI secolo d.C.) con tori chianini per ottenere una razza con maggior attitudine al lavoro e alla produzione di carne.
L'effetto di questo incrocio fu una trasformazione evidente del bovino: miglior sviluppo muscolare, mantello più chiaro, corna più corte e testa più leggera. Dopo un ulteriore incrocio con la razza Romagnola agli inizi del XX secolo, per abbassare la statura e rendere la razza adatta al lavoro dei campi, la Marchigiana assunse i caratteri attuali. Ottima produttrice di carne, sia in termini di resa al macello che di qualità delle carni (leggermente rosate e con grana fine), la Marchigiana viene oggi allevata in tutta l'Italia centrale, con punte di diffusione in Campania, Sicilia e all'estero (soprattutto Canada Usa e America Latina). L'ottima capacità di adattamento ne fa un bovino ideale per il pascolo in terreni difficili, e quindi un veicolo di recupero e valorizzazione economica dei cosiddetti "terreni marginali".

Chianina La Chianina (che trae il nome dalla Val di Chiana) è tra le più antiche del mondo, poiché l'uomo l'alleva tra Toscana, Umbria e Lazio da almeno 2200 anni, se è vero che i progenitori di tale razza sfilavano già nei cortei trionfali di Etruschi e Romani, come dimostrano antiche immagini su dipinti e reperti archeologici. Razza prestigiosa (la resa al macello dei vitelloni di razza Chianina è in media superio re al 60%), tanto che dal Sud America all'Australia, gli allevatori di quei Paesi ne importano riproduttori e seme congelato, per la creazione di nuovi "ceppi" locali e per la produzione di "incroci". Razza pregiata e prediletta per bellezza e vivacità di temperamento, è ricercata per la sua carne, pregevole per qualità, tenerezza e finezza di fibre: una carne magra e gustosa, di color rosso chiaro, con grasso perimuscolare bianco e poco abbondante; ha eccellenti caratteristiche organolettiche, da cui si ottengono tagli pregiati (soprattutto dalla regione dorsolombare dalla quale si ricavano le bistecche alla fiorentina). L'insieme delle caratteristiche elencate ne fanno, in assoluto, una delle migliori razze bovine da carne del mondo.

Romagnola Derivata da bovini romagnoli, a fondo podolico, e residente inizialmente tra Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna e Pesaro, grazie alla sua resistenza ai raggi solari e ad ogni tipo di condizione ambientale, si è assai diffusa nei Paesi più caldi, dal Sud Italia all'Argentina. Ha caratteristiche similari a quelle della chianina, dalla quale si differenzia per il colore più vivo della carne e dalla frequente presenza di grasso di copertura pure negli esemplari giovani; è inoltre divisa in due sottorazze ("gentile" e "montagnola"), ha carne rosa carico, gustosa e profumata, particolarmente magra, tenera e con una quantità non eccessiva di grasso intramuscolare

Podolica Razza tenace e resistente, ha attraversato almeno sei millenni di storia, discendendo dai primi bovini addomesticati dall'uomo nel Medio Oriente. In Italia è allevata soprattutto nei pascoli del Centro Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria); dà poco latte, destinato alla produzione dei famosi caciocavalli, ma carne rosso chiara e saporita nei vitelli destinati alla macellazione.

Maremmana Razza adatta al lavoro nei campi, dal tronco ampio e muscoloso, è una presenza millenaria della Maremma toscana e laziale, fin dal tempo degli allevamenti etruschi, sparsa tra Grosseto, Viterbo, Terni, Roma, Latina, Arezzo, Livorno, Pisa. Allevata allo stato brado, e considerata dagli esperti una delle razze peninsulari più prestigiose, è assai prolifica e resistente. Ha carne gustosa, dal colore rosso carico anche negli esemplari più giovani.

Lotta tradizionale ai parassiti dell'olivo

Prevede l'uso di prodotti chimici in fasi vegettative prestabilite considerate a rischio come ad esempio la prefioritura, maturazione delle olive.
Vengono impiegati soprattutto erbicidi e pesticidi, con numerosi interventi, a clendario senza verificare la presenza dell'infestante.
Quasta lotta comporta delle conseguenze: riduzione della fertilità del terreno, spesso erosione, ditruzione della flora microbica del terreno.

lunedì 17 novembre 2008

Separazione dell'olio


Il mosto d'olio ottenuto dall'estrazione contiene sempre una quantità residua d'acqua che viene separata per effetto della differente densità dei due liquidi attraverso la decantazione o la centrifugazione.

La centrifugazione verticale è il sistema impiegato in tutti gli impianti per separare l'olio dall'acqua. Al processo è sottoposto sia il mosto d'olio ottenuto per spremitura o per centrifugazione orizzontale, sia l'acqua di vegetazione ottenuta dalla centrifugazione orizzontale.



Allo scopo si utilizzano separatori centrifughi verticali. Che per effetto della differente densità olio e acqua si separano in due differenti efflussi. Durante la rotazione si ha un accumulo di residui solidi (morchie) che vengono espulsi tramite un sistema di sicurezza automatizzato.


Molitura e gramolatura

Dopo aver lavato e fatto sgocciolare le olive, vengono frantumate attraverso i frantoi.
Esistono diversi tipi di frantoi, i più interessanti sono:
• il frantoio a molazza;
• il frantoio a martelli.
Il frantoio con la molazza consiste in una vasca in ghisa, sul fondo di essa girano da 1 a 3 ruote in granito che schiacciano le olive contenute nella vasca.
Mentre il frantoio a martelli è costituito da martelli che ruotando sbattono le olive contro una griglia cilindrica che provoca la rottura è il passaggio delle olive attraverso i fori. La miglior qualità di olio si ottiene con l’utilizzo della molazza per la sua azione calma.





Le olive dopo essere molite si presentano sotto forma di pasta, che viene rimescolata per 20-40 minuti in modo da rompere la membrana delle cellule oleifere, consentendo così una successiva estrazione dell’olio, avendo in fine una resa maggiore di olio. Questa operazione si chiama gramolatura ed è eseguita dalla gramolatrice dotata di un recipiente cilindrico nel quale la pasta viene rimescolata grazie a delle palette rotanti. Dotate di un dispositivo possono stratificare la
pasta-d’olio sui fiscoli.


l'estrazione per sinolea


Il principio fisico su cui si basa la Sinolea, concepito fin dal 1911, è la differenza fra la tensione superficiale dell'acqua di vegetazione e quella dell'olio: per effetto di questa differenza, l'olio tende ad aderire facilmente ad una superficie metallica rispetto all'acqua, la quale viene separata per percolazione. Il metodo di estrazione viene detto anche per filtrazione selettiva.
La Sinolea consiste fondamentalmente in una vasca contenente la pasta d'olio, prodotta da un frangitore a martelli, nella quale s'immerge il dispositivo estrattore. Quest'ultimo è costituito da una serie di alcune migliaia di lame d'acciaio che viene immersa nella pasta d'olio con un moto alternativo continuo.
Ad ogni ciclo d'immersione il sollevamento del dispositivo fa sgrondare l'acqua di vegetazione per effetto della gravità mentre l'olio aderisce alle superfici metalliche.
Il moto è piuttosto lento, con una velocità di rotazione dell'ordine di 7-9 giri al minuto. Durante il moto di ritorno le superfici metalliche vanno a contatto con un dispositivo raschiatore che rimuove l'olio facendolo confluire in un sistema di raccolta. Questo sistema permette di ottenere un olio di altissima qualità, tuttavia ha una resa piuttosto bassa.

Vitigni e vini Italiani, (in particolar modo Sardi) più diffusi.

I vitigni più diffusi in Italia sono:
  • Rossi; nebbiolo, sangiovese, primitivo, montepulciano;
  • Bianchi; trebbiano, vernaccia, moscato e vermentino (in Sardegna il Vermentino di Gallura, è uno dei più conosciuti e rinomati vini in Sardegna e in tutto il mondo, vino a denominazione di origine controllata e garantita, caratterizzato da una notevole struttura e alcolicità; tra i DOC si possono citare l'Alghero vermentino frizzante, e il vermentino di Sardegna, contraddistinto da caratteristiche più diversificate, dal vino più strutturato a quello più fresco e usato come aperitivo).

La mosca dell' olivo

In quasi tutte le aree in cui è coltivato l’olivo c’è un nemico quasi invisibile che agisce indisturbato. Si tratta del parassita più pericoloso della coltura olivo, la mosca delle olive (Bactrocera oleae).


La mosca dell’ulivo è simile alle altre mosche che colpiscono la frutta con dimensioni di circa 4-5 mm, facilmente riconoscibile dal "puntino" nero presente all’apice delle ali (vedi figura a lato).mosca-olivo Il clima gioca un ruolo importante per lo sviluppo di questa specie che sono diverse per i singoli stadi di vita di questo insetto (tre stadi larvali).
Le condizioni di temperatura ideale di questo insetto sono quelle comprese tra 22-30°C.
Il periodo di pre-ovideposizione delle femmine neosfarfallate è di circa 5-7 giorni alla temperatura di 25°C, mentre la durata dello stadio di uovo, larva e pupa è rispettivamente di 3, 14 e 15 giorni.
Gli adulti della mosca diventano attivi solo quando la temperatura supera i 14°C e si arresta allorquando questa supera i 31-33 °C. Va sottolineato che il perdurare di giornate estive caratterizzate da alte temperature (maggiori di 31°C), bassa umidità ed assenza di pioggia causano un'elevata mortalità delle uova e delle larve presenti all'interno dei frutti.

La mosca dell'olivo sverna prevalentemente allo stadio di pupa nelle drupe rimaste sulla pianta o nel terreno, i primi voli si possono già avvistare nei mesi di Aprile Maggio (dipende in quale regione italiana ci troviamo), tuttavia va aggiunto che nelle aree a clima caldo, possono svernare e sopravvivere anche per 7 mesi. La femmina non ovidepone finché le olive non hanno raggiunto un diametro di 7-8 mm e comunque non prima della fase fenologica dell'indurimento del nocciolo.

Dopo l'ovideposizione, che avviene praticando una puntura sulla buccia dell'oliva nella quale viene lasciato un solo uovo nella cavità sottostantmosca-larvae, si sviluppa la larva. La schiusura dell’uovo avviene dopo un periodo variabile e strettamente legato alle condizioni climatiche, nel periodo estivo circa 2-3 giorni mentre nel periodo autunnale circa dieci giorni. Con la nascita della larva che supera tre stadi mosca i dannilarvali all’interno dell’oliva nutrendosi della polpa, inizia l’attività trofica all’interno dell’oliva. E’ qui che iniziano i danni temuti da tutti gli olivicoltori. Infatti la larva in questa fase scava gallerie per nutrirsi innescando cosi una serie di indebolimenti del frutto. Con la fuoriuscita dell’adulto dal frutto che avviene nell’ultimo stadio, è visibile il foro di uscita che permette all’aria di penetrare all’interno dell’oliva ossidandola e rendendola debole.

I danni provocati dalla mosca dell’olivo sono sostanzialmente tre:

* - distruzione diretta della polpa di cui si alimentano le larve
* - caduta dei frutti infestati (cascola)
* - alterazione della qualità delle olive con conseguenze sulla qualità dell’olio che se ne ottiene


La lotta alla mosca dell’olivo
Quando le olive con punture fertili, cioè con presenza di uova o giovani larve, raggiunge il 10% del campione preso in esame, è conveniente eseguire un trattamento. Un campione attendibile può essere formato da 100 olive recuperata su 10 piante prensenti su una coltivazione di un ettaro.

Trattamenti mosca dell’olivo
I trattamenti applicati contro la mosca dell’olivo sono sostanzialmente tre:

* - trattamenti chimici
* - lotta biologica ed integrata
* - lotta biotecnica


Bisogna valutare attentamente il fenomeno di attacco, è molto importante orientarsi in base all’entità della presenza di adulti e al tipo di punture.
larva mosca olivo Nelle zone in cui l’attacco della mosca olivo è tardivo e di limitata intensità, come per esempio in alcune aree del sud Italia in zone di alta collina, si può ricorrere alla lotta biotecnica, che consiste nella cattura massale mediante trappole, che vanno posizionate sin dalla prima comparsa degli adulti, in modo da tenerne bassa la popolazione. Questo tipo di cattura, mediante trappole, è inutile in oliveti di piccole dimensioni mentre inizia ad essere efficace in oliveti con superficie superiore a 4-5 ettari.
Se l’entità, la presenza di adulti e il tipo di punture, è di maggiore intensità, si potrà valutare l’opportunità di interventi con repellenti o prodotti chimici convenzionali. In agricoltura biologica, bisogna adoperare pesticidi naturali o comunque quelli ammessi per questo tipo di olivicoltura, e in ogni caso cercando di scegliere quelli che presentano un basso impatto ambientale.
Si vuole segnalare anche il metodo di lotta antibatterico, che si è dimostrato abbastanza efficace se usato tempestivamente, specie quando si utilizzano mix di rame e propoli, e i classici presidi fitosanitari, quali il dimetoato o la deltametina che presenta un basso impatto ambientale.

La continua ricerca di metodi per contrastare in modo efficace la mosca dell’olivo, sono orientate verso metodi che richiedano sempre di più, un limitato numero di interventi e un basso impatto ambientale. Verso questa via entrano in gioco i cosiddetti insetti utili antagonisti della mosca.
Un insetto che si è dimostrato antagonista ed efficace nel limitare i danni provocati dalla mosca olivo, è il Psytallia concolor, un insetto esotico che è stato importato e pare adattarsi bene al clima italiano. Un altro insetto che viene sperimentato come antagonista e che ha dimostrato di poter diventare un nuovo efficace agente di controllo è il Fopius Arisanus, che trova il suo ambiente di sopravvivenza ideale in condizioni climatiche caldo-secche quindi abbastanza adattabile al clima del mezzogiorno d’italia. Naturalmente la ricerca in questo senso continua con i suoi esperimenti legando sempre di più l’assoluta difesa dell’ambiente.

Informazioni dettagliate su questo insetto sono consultabili su wikipedia.org.

I fitofarmaci

I prodotti fitosanitari (o fitofarmaci) sono tutti quei prodotti, di sintesi o naturali, che vengono utilizzati per combattere le principali avversità delle piante (malattie infettive, fisiopatie, parassiti e fitofagi animali, piante infestanti) hanno un ruolo determinante nell’attuale agricoltura, essendo usati per difendere le colture da parassiti (soprattutto insetti e acari) e patogeni (batteri, virus, funghi), per controllare lo sviluppo di piante infestanti e per assicurare l’ottenimento di elevati standard di qualità dei prodotti agricoli.
Tuttavia, essendo i fitofarmaci generalmente costituiti da sostanze tossiche (in alcuni casi cancerogene), il loro uso improprio, non sperimentato e non autorizzato, determina rischi e pericoli per la salute umana e animale. Il loro impiego ha un impatto ormai largamente confermato sulle proprietà fisiche e chimiche dei suoli e sulla micro-, meso- e macro-fauna. Alcuni residui, inoltre, possono contaminare le acque superficiali e sotterranee, con ulteriori effetti pericolosi sulla salute umana e sull’ambiente. Ciò è dimostrato anche dalla Direttiva CE 152/99, che impone limiti molto restrittivi (soprattutto per erbicidi e insetticidi) sulla loro presenza nelle acque destinate a fini potabili. La limitazione al minimo necessario dell’uso di questi mezzi tecnici in agricoltura dovrebbe essere una delle politiche per progredire verso forme più evolute di agricoltura sostenibile.
Negli anni una serie di Direttive comunitarie sono state emanate al fine di ridurre i rischi derivanti dall’uso dei fitofarmaci, definendo una serie di limiti alle loro concentrazioni nella frutta e nei vegetali, nei cereali e nei prodotti di origine animale. Altre Direttive, invece, hanno riguardato l’armonizzazione delle regole nazionali (per gli aspetti relativi alla classificazione, al confezionamento e all’etichettatura di pesticidi e delle sostanze attive), come pure le norme relative alla registrazione, alla commercializzazione e all’uso.

Estrazione per pressione

Dopo aver effettuato la molitura e la gramolatura, si passa all’estrazione per pressione.

Si tratta del metodo classico, che separa il mosto d’olio dalla pasta d’olio, attraverso una filtrazione per effetto di una pressione. La pressione si attua in una pressa idraulica aperta disponendo la pasta d’olio su strati sottili alternati ai fiscoli in una torre carrellata. La costruzione della torre consiste in un piatto circolare in acciaio carrellato per la movimentazione. Al centro del piatto è inserito un cilindro forato (detto foratina) che ha lo scopo di mantenere la torre in verticale e favorire il deflusso del mosto d’olio.

La costruzione della “torre” avviene secondo un ordine standard: i fiscoli costituiti di un materiale vegetale di cocco, forato al centro in modo da essere infilato lungo la foratina. Sul primo fiscolo adagiato sul fondo del piatto, si dispone uno strato di pasta d’olio spesso 3 cm, si sovrappone un secondo fiscolo e un secondo strato di pasta e cosi via. Ogni tanto si sovrappone ai fiscoli un disco in acciaio allo scopo di distribuire uniformemente la pressione. A questo punto la torre viene inserita nella pressa e sottoposta a pressioni di 400 at. Per effetto della pressione il mosto d’olio si separa dalla pasta fuoriuscendo lungo la foratina che viene poi raccolto sul piatto. Terminata l’estrazione, viene smontata e dai diaframmi viene rimossa la sansa utilizzando apposite macchine.




I vantaggi dell'estrazione per pressione sono i seguenti:

  • buona qualità delle sanse
  • ridotti consumi di energia e acqua e costi fissi contenuti
  • minori quantitativi d'acqua di vegetazione da smaltire
  • minore carica inquinante dell'acqua di vegetazione

Gli svantaggi sono i seguenti:

  • costi rilevanti per l'impiego della manodopera
  • oneri derivanti dalla difficoltà di pulizia dei diaframmi filtranti
  • funzionamento a ciclo discontinuo
  • rischio di peggioramento della qualità in caso di cattiva pulizia dei diaframmi.

Oidio

Viene anche detto "malbianco", o "nebbia".
Si tratta di un fungo ascomicete, appartenente alla famiglia delle Erysiphaceae:
Forma ascofora; Uncinula necator.
Forma conidiofora; Oidium Tuckeri.
Originario del nord America, è stato introdotto accidentalmente in Europa nella metà del XIX secolo. Insieme alla peronospora costituisce una delle malattie più gravi e diffuse della vite.
SINTOMI
Attacca sempre i tessuti giovani della pianta, mai quelli vecchi.
Sulla pagina superiore delle foglie compare una efflorescenza muffosa di aspetto ragnateloso di colore grigio-biancastro, che si evolve in polvere biancastra (da cui il nome "malbianco"). Contro luce si vedono delle macchie decolorate, traslucide, simili alle "chiazze d'olio" tipiche della peronospora. La lamina fogliare si accartoccia verso l'alto assumendo la tipica conformazione
"a coppa". Infine la foglia necrotizza. Sui germogli i sintomi sono analoghi: strato muffoso, lignificazione impedita, necrosi. Alla ripresa vegetativa, i germogli assumono il tipico portamento "a bandiera". Sui fiori l'attacco di oidio provoca l'aborto. Gli acini (attaccati tra l'allegagione e l'invaiatura) appaiono imbruniti con punteggiature nere e muffetta. Inoltre si ha la spaccatura della buccia, e la necrosi della rachide. In seguito all'attacco di oidio, la pianta difficilmente muore.
Si hanno però gravi riduzioni di sviluppo e produttività. L'attività fotosintetica dei tessuti è ridotta, aumentano invece respirazione e traspirazione con conseguente depauperamento delle sostanze nutritive.



PROCESSO D'INFEZIONE
L'oidio è un ectoparassita obbligato della vite; non penetra all'interno dei tessuti colpiti, ma rimane all'esterno. Si attacca alla superficie dei tessuti tramite gli appressori, quindi sviluppa gli austori con i quali assorbe gli elementi nutritivi necessari al suo sviluppo.
ESIGENZE PER LO SVILUPPO DELLA MALATTIA
L'infezione primaria compare con temperature non inferiori a 6°C (a primavera inoltrata; fine aprile, inizio maggio). La temperatura ottimale per lo sviluppo della malattia è compresa tra i 21 e i 30°C. Oltre i 30°C il processo d'infezione si arresta.
L'umidità relativa dell'aria influisce poco sullo sviluppo della malattia; questo fungo non necessita acqua per germinare. Clima alternato di pioggia e sole favorisce attacchi di oidio.



CONTROLLO
Metodi preventivi
Spesso l'oidio compare sugli stessi ceppi di vite all'inizio di ogni stagione vegetativa. Questi ceppi costituiscono il centro di origine e diffusione della malattia (l'oidio sverna nelle gemme sotto forma di micelio, e sulle foglie cadute a terra o nella corteccia dei ceppi sotto forma di cleistotecio). Quindi è importante individuare e sopprimere queste piante, portatrici della malattia. Di solito, una volta che la malattia è comparsa, risulta difficile eliminarla del tutto.
Quindi è importante la prevenzione. Pratiche colturali idonee aiutano a prevenire gli attacchi di oidio. La densità d'impianto ha influenza sullo sviluppo dei patogeni; le potature e la forma di allevamento possono facilitare l'aerazione e rendere più agevoli i trattamenti. Inoltre, una potatura equilibrata evita di creare le condizioni microclimatiche favorevoli al fungo, quali la mancanza di luce ed elevata umidità.
Prodotti antioidici
- zolfo (in polvere o bagnabile). Fondamentale il trattamento in prefioritura.
- Dinocap (fungicida di copertura a base di nitrofenoli).
- IBS (= inibitori della biosintesi degli steroli) a base di triazoli, pirimidine,
piridine, piperazine. Da soli o in miscela tra di loro, o con lo zolfo. Massimo 3
interventi all'anno per evitare la comparsa di fenomeni di resistenza.
- Quinoxifen.
- Azoxistrobin.
- Trifloxistrobin.
Lotta biologica con Ampelomyces quisqualis (AQ10); fungo antagonista dell'oidio.

Protozoi

I protozoi intrattengono frequenti relazioni interspecifiche con gli insetti, tanto da poter identificare due diversi tipi di azioni parassitarie:
  • azione diretta contro il fitofago che si conclude con la morte dello stesso;
  • azione indiretta contro il fitofago che viene indebolito nelle sue difese aumentandone la predisposizone ad altri attacchi, oppure riducendo la sua capacità riproduttiva.
In genere l'effetto patogenico dei protozoi sugli insetti è più cronico che acuto, con esiti finali non sempre infaustiper l'ospite, la cui mortalità e generalmente molto bassa.
I protozoi agiscono per ingestione e colpiscopno prevalentemente il tessuto adiposo e l'intestino dell'ospite. Le principali classi di protozoi che provocano patologie negli insetti sono: Sarcodina, Mastigophora e Sporozoa. Lo studio applicativo di questi organismi è molto limitato, in considerazione della difficoltà che presenta il loro allevamento al di fuori della materia vivente e la loro basa virulenza.
Sono state tuttavia sperimentate azioni contro Hyphantria cunea, Euproctis chrysorrhoea e Malacosoma neustrium utilizando il protozoo Thelohania hyphantriae Weiser; inoltre in Germania si stanno facendo esperienze utilizzando Nosema pyraustaePalliot che attacca la Piralide del mais.
In America è registrato un formulato a base di Nosema locustae per il controllo di cavallette. Fra gli altri protozoi entomopatogeni di un certo interesse ricordiamo: Vairimorpha necatrix, per il controllo di alcuni Lepidotteri fra cui la Piralide e l'Heliothis, ed infine l'Ascogregarina culicis e Nosema algerae, parassiti di zanzare.

La vite: Ciclo vegetale e produttivo.


La vite è una pianta arborea rampicante che per crescere si avvolge a dei sostegni (tutori) mediante i viticci; il suo apparato radicale, molto sviluppato, può superare anche 10 cm di lunghezza. Il fusto è verticale ma può avere diversa inclinazione a seconda della forma di coltivazione; le ramificazioni sono chiamate germogli o pampini quando sono erbacee, tralci quando sono lignificate, sarmenti quando sono staccati dalla pianta dopo la potatura. Sui tralci si distinguono nodi e internodi, in numero e in lunghezza variabili. Le foglie della vite sono semplici, distiche e alterne, esse sono formate da un picciolo di diversa lunghezza e da una lamina palmatolobata, con cinque nervature primarie che possono originare altrettanti lobi separati da insenature dette senifiori. I fiori della vite sono riuniti a formare un'infiorescenza, detta grappolo, inserita sul tralcio in posizione opposta alle foglie. Il frutto della vite è una bacca chiamata acino.

Estrazione per centrifugazione

Un nuovo modo di estrarre l’olio è l’estrazione per centrifugazione. La pasta d'olio è sottoposta ad una centrifugazione in un tamburo conico ruotante ad asse orizzontale.








L’estrazione per centrifugazione avviene attraverso l’utilizzo di una centrifuga, che separa l’olio dalla pasta, che grazie alla differenza della densità suddivide l’acqua e le parti solide in diverse parti. Nella centrifuga la pasta si attacca alle pareti del tamburo mentre l’olio spinto da una corrente d’acquai immessa nella stessa risale verso l’alto separato dall’acqua di vegetazione.







I vantaggi dell'estrazione per centrifugazione si riassume nei seguenti punti.

  • alta capacità di lavoro;
  • ridotto fabbisogno di lavoro grazie all'automazione e all'inserimento in un ciclo continuo;
  • discreta qualità dell'olio per il basso grado di ossidazione e la facilità di pulizia;
  • ridotti spazi d'ingombro.

Gli svantaggi sono i seguenti:

  • elevati consumi energetici;
  • maggior consumo d'acqua;
  • costi elevati di manutenzione a causa dell'usura a cui è soggetto il tamburo;
  • costi di smaltimento dei reflui per la quantità d'acqua di vegetazione prodotta e per il maggior carico inquinante;
  • difficoltà di gestione delle sanse.



mercoledì 12 novembre 2008

La pecora sarda

PECORA SARDA

Origine e diffusione: razza originaria della Sardegna, probabilmente discende dal muflone(Ovis musimon). Oltre che nella sua terra di origine è allevata in diverse zone della penisola tra cui: il Lazio,la Toscana,L'Umbria, l'Abruzzo e le Marche nel centro Italia,la Sicilia e la Calabria nel meridione e gruppi meno consistenti nel nord i più importanti sono in Liguria, Piemonte e in Emilia Romagna.Mentre all'estero si registrano nuclei in vari paesi del meditteraneo tra cui la Tunisia e la Spagna.Allo stato attuale gli ovini di tale razza presenti in Italia sono circa 4.000.000 di capi, di cui un buon 60 per cento allevato solo in Sardegna(la pecora sarda costituisce oltre il 50% del patrimonio ovino italiano).

Tipologia di allevamento: E' una razza rustica e molto produttiva e viene allevata in modo estensivo e transumante nelle zone di origine; stanziale (con pascolo) negli allevamenti continentali.La principale caratteristica per la quale viene allevata è la produzione del latte che oscilla dai 60 litri in100 giorni per le primipare(in un allevamento estensivo) ai 180 litri in 180 giorni per le pluripare (in un allevamento intensivo). Per quello che riguarda la carne occorre dire che, nonostante sia la pecora sarda ad attitudine lattifera anche la produzione della carne ha una sua importanza.Infatti molto richiesta sul mercato è la carne dell'agnello tra gli 8 e i 10 kg di peso,mentre nella sua zone d'origine ha un buon riscontro di mercato anche la carne dei soggetti adulti impiegata nella preparazione di diversi piatti della tradizione sarda.Infine la produzione della lana ha un ruolo marginale essendo di qualità grossolana, adatta per tappeti e materassi.

Mondatura e molitura

Prima di essere lavorate le olive vengono pulite da corpi estranei quali foglie, rami,pitre,ecc. e vengono lavate con delle macchine chiamte lavatrici-asciugatrici.


Dopo di che si passa alla macinazione attraverso il frantoio a martelli o molazza, con questa operazione si ottiene la pasta-d'olio. Un composto formato da parti solide e liquide, costituita da acqua, olio, e morchie.

La lotta integrata


La lotta integrata è una pratica di difesa delle colture che prevede una drastica riduzione dell'uso di fitofarmaci mettendo in atto diversi accorgimenti. Tra i principali, si ricordano:
  • l'uso di fitofarmaci poco o per niente tossici per l'uomo e per gli insetti utili;
  • la lotta agli insetti dannosi tramite la confusione sessuale (uso di diffusori di feromoni);
  • fitofarmaci selettivi (che eleminano solo alcuni insetti);
  • fitofarmaci che possono essere facilmente denaturati dall'azione biochimica del terreno e dall'aria;
  • la lotta agli insetti dannosi tramite le tecniche di autocidio, come la tecnica dell'insetto sterile (SIT);
  • la previsione del verificarsi delle condizioni utili allo sviluppo dei parassiti, in modo da irrorare con fitofarmaci specifici solo in caso di effettivo pericolo di infezione e non ad intervalli fissi a scopo preventivo.
  • la lotta agli insetti dannosi tramite l’inserimento di altri che siano loro predatori naturali e che non siano dannosi alle coltivazioni (lotta biologica);
  • l’uso di varietà colturali maggiormente resistenti;
  • l’uso della rotazione colturale;
  • particolare attenzione ed eliminazione di piante infette.

I limiti della lotta integrata sono costituiti dai maggiori costi di produzione, dalla necessità di una assistenza tecnica qualificata, e la obbiettiva difficoltà nel certificare il prodotto.La prima regione a creare un marchio di garanzia e tutela per i prodotti agroalimentari realizzati con tecniche di agricoltura integrata è la Toscana con il marchio “Agriqualità” (creato con legge regionale N.25 del 1999).

La vite: La potatura di allevamento e di produzione a guyot.

La pianta adulta potata è costitutita da un fusto verticale alto da 50 a 100 cm e da una corta branca sulla quale sono inseriti uno sperone di 2-3 gemme in posizione più basale e un tralcio a frutto di 5-12 gemme che si lega al primo filo dell'impalcatura, orizzontalmente o ad archetto. Lo sperone serve al rinnovo della vegetazione per l'anno successivo: il tralcio basale prodotto da questo sarà a sua volta speronato a 2-3 gemme, il tralcio apicale sarà potato a 5-12 gemme per la produzione. La potaura di allevamento, nel primo anno, è uguale per tutte le forme; si differenzia alla fine della seconda vegetazione: dei due tralci presenti, uno viene eliminato, il migliore si pota all'altezza del primo filo se è relativamente debole, si pota più lungo e si lega alla fine della terza vegetazione, si darà alla pianta l'assetto definitivo speronando a 2-3 gemme un tralcio inserito in prossimità del primo filo e potando a 5-10 gemme un secondo in posizione appena superiore. Tutto il resto si elimina.

La raccolta dell'olivo






















Si procede alla raccolta quando la buccia della drupa assume un colore violaceo. Questo fenomeno si chiama invaiatura. L'epoca di rccolta è ottobre-gennaio per il sud italia, mentre febbraio-marzo per il nord italia.
Esistono diverse tecniche di raccolta:
  • la brucatura
  • l'abbacchiatura
  • la raccatatura.
La brucatura consiste nel raccogliere le olive direttamente dalla pianta;
l'abbacchiatura consiste nello scuotere i rami con bastoni e canne, questo è un metodo in disuso perchè provoca lesioni ai rami, creando vie d'accesso alla rogna dell'olivo;
la raccatatura consiste nel raccogliere le olive da terra, questo fenomeno avvine per la completa maturazione delle olive o per attacchi parassitari. Questa operazoìione dev'essere eseguita in tempo perchè il troppo contatto delle drupe con il terreno e l'umidità provoca un'inacidimentodelle olive e del futuro oli.
Una volta raccolte le olive devono essere trasportate in cassette forate o in sacchi ai frantoi, è consigliabile trasportare i frutti entro 48h al frantoio.

lunedì 10 novembre 2008

La clonazione genetica

La clonazione è la riproduzione asessuata di alcuni organismi unicellulari, di alcuni invertebrati(platelminti, anellidi, ecc.) o di alcune piante. Il termine viene anche utilizzato per indicare la tecnica di produzione di copie geneticamente identiche di organismi viventi tramite manipolazione genetica, ma l'uomo utilizza da tempo questa tecnica anche in agricoltura con talee, margotte e innesti.

Il termine deriva dal greco klön, ramoscello, ed è divenuto di uso comune quando si è iniziato a parlare con molta insistenza delle tecniche di clonazione durante gli anni novanta, quando prima Neal First (1994), quindi Ian Wilmut (il padre della famosa pecora Dolly - 1996) provarono a clonare, con successo, una pecora.

Clonare un organismo, pertanto, vuol dire creare ex-novo un essere vivente che possiede le stesse informazioni genetiche dell'organismo di partenza. Quindi le moderne tecniche di clonazione prevedono il trasferimento nucleare del somatocita nucleare dal nucleo di un uovo per sostituirlo con un nucleo estratto da una cellula dell'organismo da clonare, con l'accortezza che l'uovo utilizzato sia della stessa specie del vivente da replicare. Quindi, viene tolto il nucleo da un ovocita e da una qualunque cellula somatica, e il nucleo di quest'ultima è messo nell'ovocita. Poiché il nucleo contiene quasi tutte le informazioni genetiche necessarie per realizzare una forma di vita, l'uovo ricevente si svilupperà in un organismo geneticamente identico al nucleo donatore.

1997

Nasce Dolly, il primo animale clonato a partire da cellule somatiche adulte e quindi completamente differenziate. L'esperimento fu effettuato dal gruppo di ricerca di Ian Wilmut e pubblicato su Nature. Vennero prelevate cellule dalla ghiandola mammaria di una pecora adulta di razza Finn Dorset, furono disgregate e mantenute in un terreno di coltura privo di alcuni nutrienti per rallentarne la divisione cellulare e bloccarle in una fase del ciclo chiamata G0 (stadio di quiescenza). Le cellule furono poi incubate in un terreno contenente il Sendai il quale si lega alla membrana plasmatica delle cellule somatiche e serve successivamente a facilitarne la fusione con l'oocita. Furono trasferite 277 cellule somatiche in altrettanti oociti prelevati da pecore di razza diversa. Di questi, 29 si svilupparono fino allo stadio di morula/blastocisti e vennero trasferiti nell'utero di 13 femmine surrogate. Di queste 29 blastocisti solo una completò lo sviluppo fino alla nascita, la famosa Dolly.

Il DDT

l diclorodifeniltricloroetano o DDT è un solido incolore altamente idrofobico, con un leggero odore di composto aromatico clorurato; è quasi insolubile nell'acqua ma ha una buona solubilità nella maggior parte dei solventi organici, nel grasso e negli olii. Il nome IUPAC esatto è 1,1,1-tricloro-2,2-bis(p-clorofenil)etano, abbreviato in Dicloro-Difenil-Tricloroetano, da cui l'acronimo DDT.

Fu il primo pesticida moderno ed è senz'altro il pesticida più conosciuto; venne usato dal 1939 come potente antiparassitario soprattutto per debellare la malaria. La sua scoperta come insetticida fu del chimico svizzero Paul Hermann Müller, alla ricerca di un prodotto efficace contro i pidocchi, ma la sua nascita risale al chimico austriaco Othmar Zeidler che lo sintetizzò nel 1873.

Fu scelto come prodotto per combattere la zanzara anofele, responsabile della diffusione della malaria, perché si credeva che, sebbene altamente tossico per gli insetti, fosse innocuo per l'uomo. Agli inizi fu usato con successo per combattere la diffusione della malaria e del tifo, sia su popolazione civile che militare. Il chimico svizzero Paul Hermann Müller fu premiato nel 1948 con il Premio Nobel in Fisiologia e Medicina "per la scoperta della grande efficacia del DDT come veleno da contatto contro molti artropodi".

Nel 1950, la Food and Drug Administration dichiara che "con tutta probabilità i rischi potenziali del DDT erano stati sottovalutati". Nel 1972, il DDT viene proibito negli Stati Uniti, nel 1978 anche in Italia.

Nell'Unione Europea, il DDT è etichettato con la frase di rischio R40: "Possibilità di effetti cancerogeni - Prove insufficienti" L'Agenzia Internazionale per il Cancro IARC lo ha inserito nella categoria 2B "limitati indizi di cancerogenicità".

Nel 1962, un'attivista ambientalista americana, Rachel Carson, pubblicò il libro Silent Spring, che denunciava il DDT come causa del cancro e nocivo nella riproduzione degli uccelli dei quali assottigliava lo spessore del guscio delle uova. Il libro causò clamore nell'opinione pubblica; il risultato fu che nel 1972 il DDT venne vietato per l'uso agricolo negli USA e vide nascere il movimento ambientalista. Il dibattito è ancora acceso per quanto riguarda il suo uso nel combattere la malaria, in alcuni paesi dell'Africa e in India, dove la malaria è endemica, il rischio di tumore dovuto al DDT può passare in secondo piano davanti alla riduzione dell'elevato tasso di mortalità dovuto alla malaria. Nel corso del 2006, l'OMS ha dichiarato che il DDT, se usato correttamente, non comporterebbe rischi per la salute umana e che il pesticida dovrebbe comparire accanto alle zanzariere e ai medicinali come strumento di lotta alla malaria.

La Fillossera





La fillossera (Phylloxera vastatrix, o Viteus vitifoliae) è un afide parassita della vite appartenente alla famiglia dei Phylloxeridae. Originaria del nord America, è giunta in Europa alla fine del XIX secolo.
Danni
I danni provocati da questo afide sono differenti in base alla specie di vite colpita:

- sulle viti europee (Vitis vinifera, Vitis silvestris) la fillossera provoca danni limitati al solo apparato radicale e non sulla chioma (anche se ultimamente sono stati riscontrati numerosi casi di danni fogliari anche su viti europee);
- sulle viti americane (Vitis rupestris, Vitis berlandieri, Vitis riparia) provoca danni limitati all'apparato aereo e non sulle radici.

Sulle radici si formano tuberosità e nodosità in seguito alle punture effettuate dall'insetto.
In questo modo viene compromessa la normale funzionalità dell'apparato radicale, che va incontro a disfacimento.
Inoltre l'afide penetra all'interno della radice stessa dove produce sostanze ormonali che rendono il tessuto più debole e facilmente attaccabile da funghi e batteri, responsabili di infezioni letali (ad es. cancri).
Sulle foglie le punture della fillossera provocano la formazione, in prossimità della pagina inferiore, di "galle" all'interno di ognuna delle quali sono alloggiate in media 500 uova. Anche i piccioli fogliari, i viticci ed i tralci erbacei vengono interessati dall'attacco dell'afide.
Lotta
La lotta alla fillossera consiste essenzialmente nel ricercare le varietà americane più adatte a fungere da portinnesto per quelle europee.
Nella costituzione di nuovi impianti, vengono cioè utilizzate piante innestate in cui l'apparato radicale (portinnesto o piede), resistente alla fillossera, viene fornito da specie americane; mentre la porzione epigea (varietà innestata) appartiene a specie europee.
Nelle zone, invece, dove ancora vengono utilizzate viti non innestate, la lotta alla fillossera viene fatta tramite alcuni importanti accorgimenti quali: impiantare su terreni sabbiosi, che ostacolano la diffusione dell'afide; disinfestare il terreno prima di un nuovo impianto; …
Principi attivi da utilizzare contro la fillossera sono: DNOC (contro le uova, in inverno), fosfamidone (in primavera).




http://digilander.libero.it/agronomic/index_00002a.htm

I Macroelementi

Azoto

L'azoto (N) entra nella composizione delle piante in una proporzione che varia a seconda della fase vitale dall'1 al 6%. La maggior di questo elemento viene impiegato dai vegetali per la formazione diproteine ed ha una importante ruolo nella formazione della clorofilla.L'azoto esercita sui vegetali un'azione violenta di stimolo dell'accrescimento: una pianta ben provvista di azoto cresce rapidamente, producendo un ampio apparato assimilatore e assumendo una colorazione verde scuro dovuta all'abbondanza di clorofilla.Una somministrazione eccessiva può causare ritardi nella fioritura, abbassamenti di tenore zuccherino e minore resistenza al caldo e alle avversità.Le piante assimilano principalmente l'azoto nitrico che è molto solubile in acqua, ma non viene trattenuto del terreno, per cui può perdersi in profondità.Questo elemento viene assorbito dalla pianta per l'intera durata del ciclo vitale, che se ne serve per lo sviluppo l'apparato vegetativo e per la formazione di sostanze di riserva e nei tessuti, ma soprattutto per la formazione delle radici e degli organi riproduttivi.


Il Fosforo

Il fosforo (P)è uno dei composti responsabili degli scambi energetici che hanno luogo in tutti gli esseri viventi, interviene nella sintesi clorofilliana come acido fosfoglicerico, è uno dei composti base del DNA e RNA e costituisce una delle sostanze di riserva dei semi e dei tuberi.Le piante hanno il fabbisogno maggiore di Fosforo nelle primissime fasi di sviluppo, ed è fondamentale per un buon sviluppo dell'apparato radicale.Contrariamente all'azoto il fosforo è un fattore di precocità e favorisce tutti i fenomeni attinenti alla fioritura, fecondazione e maturazione.Nel terreno e nei fertilizzanti normalmente si trova sotto forma di anidride fosforica.


Il Potassio

Questo macroelemento (K) ricopre un ruolo importante nella costituzione dei tessuti vegetali: è assolutamente indispensabile e partecipa alle funzioni fisiologiche di una grande quantità di processi, come la regolazione della semipermeabilità della membrana cellulare, la regolazione dell'equilibrio acido-basico, la formazione e l'accumulo di sostanze di riserva, conferisce resistenza alle avversità.Tradotti in effetti queste funzioni producono una maggiore qualità dei prodotti come la frutta, un maggior peso specifico nei cereali, alto contenuto zuccherino nella barbabietola.

Il Calcio

Il calcio (Ca) è coinvolto nella formazione della parete cellulare, nella permeabilità della membrana e nella divisione delle cellule. La buna disponibilità conferisce alla pianta una maggiore resistenza agli attacchi fungini e alle infezioni batteriche.

Il Magnesio

Il magnesio (Mg) riveste particolare importanza perché entra nella costituzione delle molecole di clorofilla e quindi partecipa alla fotosintesi. Un pH al di sotto del 5.5 può inibire il suo assorbimento.


Lo Zolfo

Lo zolfo (Z) richiesto dalla pianta sotto forma di solfato in quantitativi paragonabili a

quelli del fosforo ed è importante che il suo rapporto con l'azoto sia di 1:10

Impianto di un vigneto















Un vigneto viene creato partendo da una serie di condizioni preliminari che non possono essere trascurate ovvero, l'analisi del terreno sia fisica che chimica ed un eventuale concimazione di fondo a base di sostanza organica. L'operazione di concimazione di fondo dovrebbe essere seguita da uno scasso a 80-100 cm o da una scissura sempre alla stessa profondità. In questo caso specifico è bene incrociare il passaggio del ripper, ovvero, effettuare passaggi sia in larghezza che in lunghezza nel nostro appezzamento. Dopo le operazioni di scasso, è bene controllare il livello del terreno in maniera tale da non lasciare avvallamenti che potrebbero creare problemi di ristagni idrici. Creare un vigneto significa operare in più fasi, tutte ugualmente importanti:

1. Messa a dimora delle barbatelle;
2. Messa a dimora dei pali di sostegno dei filari;
3. Stesura dei fili;
4. Messa a dimora dei sostegni minori per ogni singola barbatella.

Manutenzione dell'impianto.

La messa a dimora viene effettuata facendo un foro nel terreno con una palina ad una profondita di circa 30 cm ed inserendo la barbatella o a radice intera o a radice leggermente scorciata per stimolare la ripresa vegetativa riattivata anche da un immersione 12 ore prima delle barbatelle in acqua.